Ci sono sguardi che raccontano una storia e sguardi che la congelano, che la trasformano in un teorema di ghiaccio. Lo sguardo di Remo Girone, che si è spento oggi nel Principato di Monaco all’età di 76 anni, apparteneva a questa seconda, rarissima specie. Per un’intera generazione, quel volto affilato e quegli occhi chiari, capaci di una freddezza abissale, sono stati il sinonimo stesso del Male: un Male nuovo, colto, finanziario, manageriale. Un Male in doppiopetto che non aveva bisogno di urlare o di sparare, perché la sua arma più letale era un’intelligenza calcolatrice, la sua minaccia più terrificante un silenzio carico di conseguenze. La scomparsa di Remo Girone non è solo la perdita di un grande attore, ma la chiusura di un capitolo fondamentale dell’immaginario collettivo italiano, quello in cui abbiamo imparato che il mostro poteva avere il volto rassicurante e la mente brillante di un banchiere.
È impossibile, e sarebbe intellettualmente disonesto, iniziare un ricordo di Girone senza partire da lì, da quel personaggio che fu al contempo la sua consacrazione e la sua magnifica prigione dorata: Tano Cariddi. Quando apparve per la prima volta ne La Piovra 3 nel 1987, il pubblico televisivo italiano, abituato ai mafiosi rozzi e rurali, si trovò di fronte a uno scarto semiotico potentissimo. Tano non era un boss, era un algoritmo. Non ragionava per onore, ma per profitto. La sua crudeltà non era passionale, ma logica, quasi un corollario inevitabile delle sue strategie finanziarie. Girone, forte della sua solida formazione all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, costruì un personaggio quasi metafisico, un Mefistofele della finanza la cui gestualità era ridotta al minimo indispensabile, la cui voce non si alterava mai. Era tutto negli occhi: uno sguardo che non tradiva emozioni, ma che analizzava, soppesava, giudicava e, infine, condannava. Diventò l’antagonista perfetto per il Commissario Cattani di Michele Placido, non perché fosse il suo opposto, ma perché ne era la versione speculare e oscura: entrambi intelligenti, entrambi solitari, entrambi condannati a una lotta che trascendeva il personale per farsi scontro di visioni del mondo.
Ma inchiodare Remo Girone al solo Tano Cariddi sarebbe come ridurre Orson Welles a Charles Foster Kane: un errore di prospettiva che ne mortificherebbe la complessità. La sua carriera, infatti, affondava le radici in un terreno ben più nobile e variegato. Nato ad Asmara, in Eritrea, da una famiglia di origini istriane, portava con sé un’impronta cosmopolita che lo avrebbe sempre distinto. Prima della televisione, ci fu il teatro e, soprattutto, il cinema d’autore. Fu Marco Bellocchio, uno dei nostri registi più lucidi e anti-convenzionali, a intuirne le potenzialità, dirigendolo ne Il gabbiano (1977), tratto da Čechov. Lì, il giovane Girone mostrava già quella capacità di abitare personaggi complessi, tormentati, intellettuali. Lavorò con Pasquale Squitieri in Corleone (1978), quasi un’anticipazione dei temi che lo renderanno celebre, e con Giuseppe Ferrara, cantore del cinema d’impegno civile. La sua era una gavetta solida, costruita su un’idea di recitazione rigorosa, lontana dai facili istrionismi.
La popolarità oceanica de La Piovra ebbe l’effetto di cristallizzare la sua immagine, ma lui, con l’intelligenza che lo contraddistingueva anche fuori dal set, seppe giocare con quel cliché, decostruendolo dall’interno o prendendone le distanze con incursioni sorprendenti. Mentre era l’uomo nero d’Italia in televisione, al cinema cercava ruoli che ne mostrassero altre sfumature. E con il tempo, il suo talento ha travalicato i confini nazionali. La sua professionalità, la sua conoscenza delle lingue e quel suo carisma internazionale gli hanno aperto le porte di produzioni importanti. Lo abbiamo visto al fianco di Christian Bale e Matt Damon in Le Mans ’66 – La grande sfida, dove interpretava Enzo Ferrari, un altro personaggio definito da un’aura di potere glaciale e autorità indiscutibile. Lo abbiamo ritrovato di recente a duettare con Denzel Washington in The Equalizer 3, a dimostrazione di come la sua maschera fosse diventata un archetipo universale, un passe-partout per incarnare un certo tipo di potere oscuro e sofisticato.
Chi ha avuto la fortuna di conoscerlo, raccontava di un uomo che era l’esatto contrario dei suoi personaggi più celebri: gentile, colto, affabile, legato per oltre quarant’anni alla moglie, l’attrice Victoria Zinny. Questa dualità tra persona e personaggio è forse la testimonianza più grande della sua abilità. Non era un attore che portava se stesso sullo schermo; era un artigiano che costruiva i suoi uomini pezzo per pezzo, trovando la verità nella finzione più estrema. La sua recitazione era una lezione permanente sul potere della sottrazione: in un’epoca di performance urlate ed emotive, lui ci ha insegnato che il vero potere risiede nel controllo, la vera minaccia nel sussurro.
Negli ultimi anni, il suo volto, segnato dal tempo ma non privato della sua intensità, era diventato quello di patriarchi, di figure autoritarie, a volte persino di uomini saggi e tormentati. Il ghiaccio si era forse incrinato, lasciando intravedere una stanchezza, una malinconia che aggiungeva nuovi, commoventi strati alla sua presenza scenica. Ma lo sguardo era rimasto lo stesso: un faro capace di illuminare le zone più oscure dell’animo umano. Con Remo Girone se ne va un pezzo di storia della nostra televisione e del nostro cinema, ma soprattutto se ne va un interprete di rara intelligenza, un attore che ci ha costretti a guardare il Male dritto negli occhi e a riconoscerne la spaventosa, lucidissima, umanità.