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Crossing Istanbul

Pubblicato il 14 Settembre 2025

Lia, un’insegnante in pensione dalla Georgia, intraprende un viaggio a Istanbul per ritrovare la nipote Tekla, una giovane transgender persa da tempo. Questa premessa, semplice in apparenza, è il cuore pulsante di Crossing Istanbul, opera prima di Levan Akin, un film che si muove con la delicatezza di un ricamo e la forza di un fiume in piena. Non si tratta di una semplice storia di riunione familiare, bensì di un’esplorazione profonda e intima dell’identità, della memoria e della complessa relazione tra passato e presente, narrata attraverso lo sguardo di una donna che naviga tra le acque agitate di una cultura in transizione. La scelta di Istanbul come scenario non è casuale; la città, crocevia di culture e di storie, diventa un personaggio a sé stante, un labirinto di strade tortuose e di anime tormentate che rispecchiano il viaggio interiore di Lia. Le sue vie pulsanti, un caleidoscopio di profumi, colori e suoni, vengono immortalate con una fotografia quasi onirica, che crea un contrasto affascinante con la malinconia intrinseca al racconto. Un contrasto che ricorda, per certi versi, il lirismo malinconico di opere come Climates di Nuri Bilge Ceylan, dove la bellezza selvaggia della natura si intreccia con la fragilità umana.

Il film si dipana con un ritmo lento, meditativo, che permette allo spettatore di immergersi completamente nell’atmosfera e di entrare in empatia con i personaggi. L’incontro di Lia con Kaan, un avvocato che lotta per i diritti dei transgender, introduce una nuova dimensione al racconto, arricchendolo di sfumature politiche e sociali. La relazione tra Lia e Kaan, pur non essendo al centro della narrazione, offre spunti di riflessione sulla solidarietà e sull’importanza del supporto reciproco di fronte alle avversità. Akin evita accuratamente ogni forma di moralismo o di giudizio, lasciando che siano le azioni dei personaggi a parlare da sole, creando uno spazio per l’empatia e la comprensione. Ci si ritrova, così, a seguire il percorso di Lia e Tekla con una curiosità che rasenta la partecipazione emotiva, quasi come se fossimo noi stessi a vagare per le strade di Istanbul, alla ricerca di qualcosa di perduto, qualcosa che risuona in profondità dentro di noi. Non si tratta di una mera ricerca fisica, ma di una vera e propria esplorazione del sé, un viaggio interiore che si riflette nella ricerca della nipote.

La performance di Mzia Arabuli nei panni di Lia è semplicemente magistrale. L’attrice riesce a trasmettere con grande maestria la complessità del personaggio, la sua forza interiore e la sua fragilità, la sua determinazione e la sua vulnerabilità. Il suo sguardo, spesso carico di una malinconia silenziosa, comunica un’infinità di storie non raccontate, un passato oscuro che si cela dietro l’apparente tranquillità di una vita apparentemente semplice. È una performance che sa essere sobria ed efficace, che non ha bisogno di gesti plateali per emozionare; la potenza della sua interpretazione sta proprio nella sua capacità di trasmettere emozioni intense attraverso dettagli minimi, quasi impercettibili. E se Mzia Arabuli regala un’interpretazione di rara intensità, anche l’interpretazione di Lucas Kankava è straordinariamente efficace. Il giovane attore riesce a incarnare la complessità della condizione transgender di Tekla, un personaggio che si confronta con le proprie fragilità e le proprie paure ma che allo stesso tempo lotta per affermare la propria identità in un mondo ostile.

L’opera di Akin si distingue anche per la sua capacità di mescolare sapientemente elementi di realismo con tocchi di surrealismo. Alcuni momenti del film, come la scena del sogno o alcuni particolari delle ambientazioni, possiedono un’atmosfera onirica che ricorda la poetica onirico-surrealista di certi film di Buñuel o, rimanendo in un contesto più affine, di alcuni cortometraggi sperimentali del cinema turco, un genere che ha saputo mescolare, in passato, mitologia e realismo con straordinaria efficacia. Questo tocco di surrealismo non serve a rompere l’atmosfera del racconto, ma piuttosto a intensificarlo, a sottolinearne la profondità.

Il film, tuttavia, non è esente da difetti. Il ritmo, pur essendo coerente con lo stile scelto, può risultare a tratti lento e, persino, un po’ troppo meditativo per alcuni spettatori, che potrebbero preferire una narrazione più frenetica e dinamica. La trama, per quanto complessa e stratificata, a tratti si snoda in modo lineare, prevedibile, perdendo un po’ di quella carica emotiva che nelle prime sequenze prometteva al pubblico. Un piccolo neo in un quadro complessivamente di grande valore.

In definitiva, *Crossing Istanbul* è un film che lascia il segno. Un’opera intensa, intima e profondamente emozionante, che si distingue per la sua sensibilità, la sua delicatezza e la sua capacità di esplorare temi complessi con una rara profondità. Un lavoro che si inserisce perfettamente nella tradizione del cinema turco contemporaneo, andando a intrecciare i temi più classici della ricerca identitaria con quelle che sono le problematiche più attuali e urgenti della società del ventunesimo secolo. Ricorda, per la sua capacità di intrecciare passato e presente, la profondità emotiva di opere come Mustang di Deniz Gamze Ergüven, seppure con un’estetica e una narrazione completamente diverse. E, in una certa misura, richiama anche la capacità di Fatih Akin di rappresentare la società turca con un occhio attento e compassionevole, pur senza evitare di affrontare tematiche delicate e difficili. Ma Crossing Istanbul è anche e soprattutto un film che va oltre, che porta uno sguardo nuovo e originale su questi temi, con un taglio personale che non dimenticheremo facilmente. Un’opera che, pur con i suoi piccoli difetti, merita di essere scoperta e apprezzata.

Scheda Film

Voto: 7.5/10 (TMDb)

Regista: Levan Akın

Cast: Mzia Arabuli, Lucas Kankava, Deniz Dumanlı, Nino Karchava, Levan Bochorishvili

Sceneggiatura: Levan Akın

Data di uscita: 22 Mar 2024

Titolo originale: გადასვლა

Paese di produzione: Denmark

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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