Film al Cinema

La vita è un Cult
Recensioni

Il Professore e il Pinguino

Pubblicato il 8 Ottobre 2025

Esiste un archetipo narrativo, un filone particolarmente tenace nel cinema britannico, che potremmo definire “del forestiero eccentrico in terra esotica”. È una formula rassicurante, un comfort food cinematografico in cui un protagonista inglese, solitamente un uomo di mezza età impacciato, malinconico e carico di repressione emotiva, viene catapultato in un ambiente straniero, autentico e caotico, dove un incontro inaspettato – con una cultura, una persona o, come in questo caso, un animale – funge da catalizzatore per una sua tardiva fioritura esistenziale. Da Shirley Valentine a Marigold Hotel, la traiettoria è nota e il finale quasi sempre edificante. Il Professore e il Pinguino (Penguin Lessons), diretto da quel Peter Cattaneo che venticinque anni fa fece ballare il mondo con gli spogliarellisti siderurgici di The Full Monty, si inserisce in questo solco con una precisione quasi matematica, promettendo la medesima miscela di umorismo laconico e calore umano. Eppure, sotto la superficie levigata di questa storia “ispirata a eventi reali”, si agita un’inquietudine, la sensazione di un’occasione mancata, di una profondità solo sfiorata e subito ritrattata in favore della rassicurante favola.

Il veicolo di questa odissea dell’anima è Tom Michell, a cui Steve Coogan presta il suo volto e, soprattutto, la sua consolidata maschera attoriale. Coogan è un maestro nell’incarnare una specifica tipologia di mascolinità britannica: l’intellettuale frustrato, l’uomo la cui arguzia è un’armatura contro la propria vulnerabilità, il cui sarcasmo nasconde un profondo bisogno di connessione. Il suo Tom Michell, sbarcato in Argentina negli anni ’70 per sfuggire a un grigiore personale e professionale, è una creatura eminentemente “cooganiana”. Lo vediamo muoversi con goffo disagio in un mondo che non comprende, un mondo di passioni accese e di una lingua che inciampa sulla sua lingua. La sua performance è, come sempre, impeccabile nella sua dosata miscela di fastidio e patetismo. Ma è proprio questa impeccabilità a destare il primo sospetto: Coogan non sta costruendo un personaggio, sta abitando una versione di sé che già conosciamo a menadito, affidandosi a un registro che padroneggia alla perfezione. Peter Cattaneo, dal canto suo, sembra voler dirigere non tanto un film, quanto un’eco del suo più grande successo, applicando la formula della commedia sociale agrodolce a un contesto radicalmente diverso, senza forse interrogarsi abbastanza sulla sua effettiva pertinenza.

L’elemento di rottura, il granello di sabbia nell’ingranaggio della vita di Tom, arriva sotto forma di un pinguino di Magellano, trovato spiaggiato e coperto di petrolio, che lui salva, battezza Juan Salvador (un nome che ammicca a Gabbiano e Bach, in un connubio di cultura alta e natura che il film non smetterà di sottolineare) e adotta. Da qui, il film dispiega la sua tesi centrale: l’animale, con la sua purezza istintiva e la sua muta dignità, diventerà il vero maestro, l’insegnante di quelle “lezioni di vita” che nessuna università può impartire. Juan Salvador, con la sua andatura buffa e il suo sguardo imperscrutabile, diventa lo specchio in cui Tom è costretto a guardare la propria aridità emotiva. La sua presenza scombina l’ordine del collegio maschile dove Tom insegna, conquista gli studenti, scioglie la ritrosia del protagonista e lo spinge ad aprirsi al mondo.

Tutto molto toccante, in teoria. Nella pratica, però, il pinguino rischia di diventare il più classico dei dispositivi narrativi: non è un personaggio, ma un reagente chimico in forma di uccello acquatico, un “Manic Pixie Dream Animal” la cui unica funzione è quella di migliorare la vita dell’uomo bianco protagonista. Il film lo antropomorfizza, gli attribuisce intenzioni, sentimenti, una saggezza quasi mistica, trasformandolo in un feticcio di purezza e autenticità. Questa scelta, sebbene efficace sul piano della commozione immediata, svuota la relazione del suo potenziale mistero. Invece di esplorare l’alterità radicale dell’animale, l’abisso di incomprensione che separa la nostra coscienza dalla sua, il film la addomestica, la rende a misura d’uomo, la trasforma in una serie di simpatiche gag e di momenti edificanti. La regia di Cattaneo asseconda questa visione, incorniciando il pinguino in composizioni adorabili, sottolineando ogni sua mossa con una colonna sonora ammiccante, assicurandosi che lo spettatore non provi mai un vero disagio, ma solo un confortevole senso di tenerezza.

Ma dove il film compie il suo peccato più grave, la sua omissione più assordante, è nel trattamento del contesto storico-politico. L’Argentina degli anni ’70 non era solo un luogo di tango appassionato e paesaggi mozzafiato. Era un paese che stava sprofondando in uno degli abissi più oscuri della sua storia: gli anni della giunta militare, della “Guerra Sporca”, dei desaparecidos. Era un’epoca di terrore, di paranoia, di violenza di stato. Il film, pur essendo ambientato in questo preciso e terribile momento, sceglie di relegare questa realtà a un rumore di fondo, a un vago presagio. La Storia, quella con la S maiuscola, diventa un mormorio indistinto, un’esotica carta da parati per le tribolazioni emotive di un singolo espatriato. Vediamo un titolo di giornale, sentiamo un commento fugace alla radio, assistiamo forse a una protesta studentesca in lontananza. Ma questi sono solo accenni, cenni del capo a una realtà troppo complessa e dolorosa per essere integrata in una narrazione che vuole essere, prima di tutto, “heartwarming”.

Questa scelta non è solo una semplificazione, è un problema etico e artistico. Ignorando quasi del tutto il dramma collettivo che si sta consumando attorno ai suoi personaggi, il film afferma, implicitamente, che la crisi esistenziale di un professore inglese e la sua amicizia con un pinguino sono più rilevanti della tragedia di un’intera nazione. Opere come Il segreto dei suoi occhi ci hanno mostrato come sia possibile intrecciare la storia personale con quella collettiva, come il privato sia sempre inesorabilmente politico. Il Professore e il Pinguino, invece, opera una netta separazione, creando una bolla protettiva attorno al suo protagonista, un’enclave emotiva in cui il mondo esterno non può entrare se non come elemento di colore locale. La regia di Cattaneo contribuisce a questa sensazione di distacco: la sua Argentina è “cartolinesca”, una bellezza da National Geographic che leviga ogni spigolo, che offre allo spettatore il piacere del viaggio senza i rischi della comprensione.

Alla fine, la “lezione” che Tom Michell impara sembra essere quella di lasciarsi andare, di abbracciare la vita. Una trasformazione che il film ci presenta come profonda, ma che appare in ultima analisi superficiale, perché nata in un vuoto pneumatico, isolata dal mondo reale. Ci viene offerta una catarsi a buon mercato, una risoluzione che rassicura senza sfidare. Non c’è dubbio che il film troverà il suo pubblico, che molti si commuoveranno e sorrideranno. Ed è proprio questo a lasciare l’amaro in bocca. Il Professore e il Pinguino è un’opera professionalmente ineccepibile, ben recitata, confezionata con cura. Ma è un cinema che ha paura, paura di sporcarsi le mani con la complessità, paura di turbare il suo spettatore. È un film che, come il suo adorabile protagonista piumato, è impeccabile nel suo smoking bianco e nero, cammina in modo buffo e accattivante, ma alla fine, resta inesorabilmente con i piedi per terra, incapace di spiccare il volo verso le vette di un’arte più coraggiosa e necessaria.

Scheda Film

Voto: 7.1/10 (TMDb)

Regista: Peter Cattaneo

Cast: Steve Coogan, Jonathan Pryce, Vivian El Jaber, Björn Gustafsson, Alfonsina Carrocio

Sceneggiatura: Tom Michell, Jeff Pope

Data di uscita: 27 Mar 2025

Titolo originale: The Penguin Lessons

Paese di produzione: Spain

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *