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Pomeriggi Di Solitudine

Pubblicato il 13 Settembre 2025

Parliamo oggi di un’opera attesa e temuta, “Pomeriggi di Solitudine”, l’ultima fatica del catalano Albert Serra, regista che ha fatto della radicalità estetica e della provocazione intellettuale la sua cifra stilistica inconfondibile. Presentato in anteprima mondiale e già fonte di accesi dibattiti, il film si preannuncia come uno di quegli oggetti cinematografici destinati a lasciare una cicatrice profonda, un’esperienza visiva e concettuale che rifiuta ogni facile compromesso.

Serra, come un demiurgo spietato e lucidissimo, ci trascina ancora una volta in un universo ai margini, un mondo arcaico e brutale che pulsa sotto la superficie levigata della contemporaneità. Se con La Morte di Luigi XIV aveva dissezionato con precisione chirurgica l’agonia del potere, e con Liberté aveva esplorato l’oscurità del desiderio libertino, qui sposta il suo obiettivo su un rito ancestrale, tanto glorificato quanto contestato: la corrida. Ma chi si aspetta un documentario etnografico o un pamphlet ideologico sulla tauromachia è destinato a rimanere spiazzato, forse deluso, o più probabilmente, folgorato. Il regista catalano non è interessato al giudizio morale, alla diatriba tra animalisti e tradizionalisti. A Serra, come a un novello Georges Bataille armato di macchina da presa, interessa l’essenza sacra e terribile del rito, la sua dimensione di spreco assoluto, di dépense improduttiva che rivela la verità ultima dell’esistenza: la sua tragica, insensata finitezza.

Pomeriggi di Solitudine non ha una trama nel senso convenzionale del termine. È piuttosto un’immersione, un’esperienza quasi psichedelica nella psiche di un torero senza nome, interpretato dal non-attore e torero professionista Andrés Roca Rey, la cui presenza scenica è un cortocircuito vivente tra realtà e finzione. Lo seguiamo nei momenti che precedono la corrida, nella vestizione che assume i contorni di una liturgia sacra, e poi nell’arena, quel cerchio di sabbia che diventa teatro cosmico, palcoscenico di una tragedia in cui vita e morte danzano un passo a due mortale. Serra filma i suoi tori – animali magnifici, potenti, la cui fisicità quasi divora l’inquadratura – non come vittime passive, ma come divinità ctonie, incarnazioni di una natura primordiale e indifferente che l’uomo, nella sua hybris, cerca di dominare e stilizzare attraverso la forma dell’arte taurina.

La cinepresa di Serra, spesso fissa, quasi contemplativa, si sofferma su dettagli che altrove sarebbero marginali: la grana della sabbia che si impregna di sangue, il sudore che imperla la fronte del torero, il ricamo dorato del traje de luces che brilla sotto un sole accecante. È un cinema della materia, che quasi ci fa sentire l’odore del sangue e della polvere, il silenzio carico di tensione dell’arena prima della carica. L’approccio visivo richiama da un lato la pittura spagnola, da Goya a Zuloaga, con quei contrasti violenti tra luce e ombra che scolpiscono i corpi e i volti, trasformandoli in maschere tragiche. Dall’altro, si percepisce un’eco della grande videoarte, da Bill Viola a Matthew Barney, nella capacità di dilatare il tempo e di creare delle vere e proprie tableaux vivants di insostenibile bellezza e crudeltà. Serra sembra voler prosciugare la narrazione per arrivare a un grado zero dell’immagine, a un’epifania visiva che trascende la parola e parla direttamente al nostro inconscio.

Il film esplora, con una radicalità che non ammette repliche, il dolore spirituale intrinseco alla corrida. Non si tratta semplicemente della sofferenza fisica, peraltro mostrata senza filtri in una delle sequenze più grafiche e disturbanti che il cinema recente ricordi, ma di una lacerazione più profonda. È la solitudine esistenziale del torero, eroe e carnefice, sacerdote di un rito cruento che lo pone di fronte al sacro e al nulla. In questo anello di sabbia, metafora evidente e potente del ciclo della vita, si consuma uno degli esempi più eccessivi e primordiali della civiltà dell’Europa meridionale. Un rito che la modernità ha cercato di edulcorare, di nascondere, ma che Serra riporta alla luce nella sua essenza più brutale, come vestigio di un mondo pagano mai del tutto sopito, un residuo di quella “parte maledetta” che la nostra società produttivistica e razionale ha rimosso.

In questo senso, il parallelismo più audace e intellettualmente stimolante non è tanto con il cinema, quanto con la letteratura. Si pensa a Michel Leiris e al suo L’âge d’homme, dove l’esperienza della corrida diventa metafora di un’intera esistenza, un modo per affrontare la paura della morte e la vertigine dell’eros. Subito la mente corre a Morte nel pomeriggio di Hemingway, ma Serra ne ribalta la prospettiva romantica ed eroica. Il suo torero non è un eroe virile, ma una figura quasi androgina, un Cristo sacrificale che si offre alla bestia e al pubblico in un atto di auto-annientamento. La sua performance non è celebrazione della forza, ma esibizione della fragilità, della vulnerabilità di un corpo che sfida la morte sapendo di essere, in fondo, già sconfitto.

La dimensione meta-testuale dell’opera è vertiginosa. L’arena non è solo un’arena, ma è lo spazio stesso del cinema. Il torero non è solo un torero, ma è l’artista, il regista stesso, che ogni volta si mette in gioco, rischiando il fallimento, l’incomprensione, la stroncatura. Il pubblico dell’arena, con i suoi applausi e i suoi fischi, siamo noi, spettatori che partecipano a questo rito visivo, complici e giudici di una performance che ci attrae e ci respinge. Serra sembra interrogarci sul nostro stesso ruolo, sulla nostra fame di immagini forti, sul piacere voyeuristico che proviamo di fronte alla rappresentazione della sofferenza. È un cinema che si interroga su se stesso, sulla sua natura di artificio, sulla sua capacità di creare miti e di distruggerli.

La produzione stessa del film è un aneddoto che merita di essere raccontato. Serra ha passato mesi a seguire Roca Rey, immergendosi totalmente nel mondo della tauromachia, non per capirlo o giustificarlo, ma per assorbirne l’atmosfera, i ritmi, i silenzi. Ha girato ore e ore di materiale, utilizzando diverse macchine da presa, dal digitale ad alta definizione al 16mm sgranato, creando un tessuto visivo disomogeneo, a tratti sporco, che riflette la natura caotica e imprevedibile del reale. Il montaggio, curato dallo stesso Serra, è un’opera di scultura, che procede per sottrazione, eliminando ogni orpello narrativo per arrivare al nucleo incandescente dell’esperienza. Il risultato è un film che respira, che pulsa, a volte lento fino all’esasperazione, altre volte improvvisamente violento, come la carica di un toro.

Naturalmente, Pomeriggi di Solitudine è un’opera che dividerà. Molti lo accuseranno di estetizzazione della violenza, di compiacimento gratuito nella crudeltà, di essere un film reazionario che glorifica una tradizione barbara. Sono accuse legittime, ma che forse mancano il punto. Il giudizio estetico e culturale non può prescindere dalla coerenza interna dell’opera e dalla potenza della visione del suo autore. E da questo punto di vista, il film di Serra è un’opera immensa, di una coerenza spaventosa. È un pugno nello stomaco, un’esperienza limite che ci costringe a confrontarci con le nostre contraddizioni, con la nostra fascinazione per l’abisso. Non c’è un grammo di celebrazione nel suo sguardo; c’è piuttosto una pietà gelida, la constatazione quasi scientifica di una condizione umana irrimediabilmente tragica.

In un panorama cinematografico sempre più omologato, dominato da algoritmi e prodotti preconfezionati, un film come questo è una boccata d’aria pura, anche se è un’aria che sa di morte. È la prova che il cinema può ancora essere un’arte pericolosa, uno strumento per sondare le zone d’ombra dell’esistenza, per porre domande scomode senza offrire facili risposte. Albert Serra si conferma come uno dei pochi, veri autori del cinema contemporaneo, un regista che non ha paura di essere odiato, di spingere lo spettatore fuori dalla sua zona di comfort. Che lo si ami o lo si detesti, Pomeriggi di Solitudine è un’opera di cui si parlerà a lungo, un monolite nero piantato nel cuore del nostro presente che ci interroga sulla natura ultima dell’immagine, del sacro e del sacrificio. Da vedere, assolutamente. Ma preparatevi a non uscirne indenni.

Scheda Film

Voto: 7.1/10 (TMDb)

Regista: Albert Serra

Cast: Andrés Roca Rey, Roberto Domínguez, Francisco Manuel "Viruta" Durán, Antonio "Chacón" Gutiérrez, Francisco Gómez

Sceneggiatura: Albert Serra

Data di uscita: 07 Mar 2025

Titolo originale: Tardes de soledad

Paese di produzione: France

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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