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Reggio Calabria Film Fest: Il Cinema Torna a Risplendere nel Sud

Pubblicato il 14 Settembre 2025

Dal 15 al 20 settembre, proprio lì dove Scilla e Cariddi tessevano i loro miti, si celebra un rito che con il mito ha molto in comune: la diciannovesima edizione del Reggio Calabria Film Fest. Un festival che, con la sua longevità, si erge come un faro tenace nel Sud Italia, e che quest’anno rinasce sotto un’egida tanto ambiziosa quanto necessaria: “Bellezza eterna, identità viva”.

Non si tratta di un semplice slogan, ma di una vera e propria dichiarazione di poetica, un manifesto che intende saldare il legame, spesso dato per scontato, tra l’arte cinematografica e la terra che la ospita e la ispira. Da un lato, la “bellezza eterna” delle storie, di quei simulacri di vita che la celluloide (o il file digitale, poco importa) sottrae all’oblio; dall’altro, la “identità viva” di un territorio, la Calabria, che rifiuta di essere mero sfondo da cartolina per rivendicare il suo ruolo di protagonista, di matrice pulsante di narrazioni. È un’operazione culturale raffinata, che eleva il festival da semplice contenitore di film a dispositivo semiotico, a macchina per la produzione di un nuovo immaginario.

La scelta dei luoghi, in questa prospettiva, diventa essa stessa un atto curatoriale, una forma di regia urbana. Il festival non si chiude in un’unica, asettica sala, ma si espande, come un rizoma, nel tessuto connettivo della città, trasformandola in un cinema a cielo aperto. La piazza antistante il Museo Nazionale Archeologico, scrigno che custodisce i Bronzi di Riace, diventa una moderna agorà dove il dibattito sul cinema si svolge letteralmente all’ombra di una classicità che ci interroga da millenni. Quei guerrieri di bronzo, con la loro perfezione anatomica e il loro sguardo enigmatico, diventano gli spettatori ideali, testimoni silenti di un’arte, quella cinematografica, che è forse l’ultimo, disperato tentativo dell’uomo di creare figure che possano, come loro, sfidare il tempo. E poi la Biblioteca comunale ferdinandiana, il cine-teatro Odeon, la terrazza stessa del Museo: ogni location non è un semplice spazio funzionale, ma un tassello di un discorso più ampio, un dialogo tra il cinema e la storia, tra l’effimero della proiezione e il perenne della pietra e della memoria.

È in questo palcoscenico diffuso che si accenderanno i proiettori sui film in concorso. La sezione “Millennial movie” dedicata ai cortometraggi, con ben 122 opere pervenute da tutto il mondo e 16 finaliste, è il sismografo più sensibile per captare le nuove scosse telluriche del linguaggio cinematografico. Come sottolinea Massimo Proietto, presidente della giuria e vice direttore di Rai Sport, una tale adesione non è solo un attestato di stima, ma il segno di come Reggio sia percepita come un crocevia, un porto franco dove far approdare sguardi e poetiche differenti. Il cortometraggio, spesso considerato (a torto) un genere minore, è in realtà il laboratorio dove si sperimenta il futuro della settima arte, dove la sintesi narrativa diventa una sfida stilistica di altissimo livello.

Il cuore pulsante della competizione resta però il concorso per lungometraggi, il “Bergamotto d’Argento”, che quest’anno presenta una selezione di quattro titoli eterogenei e sintomatici. Si spazia dall’anteprima mondiale di Jack & Lou: una storia d’amore tra gangster, che promette di rileggere i codici del genere con un’ottica inedita, all’anteprima locale di Even, cronaca di un femminicidio calabrese che usa la potenza del cinema di realtà per scuotere le coscienze. In questo dualismo tra finzione di genere e cronaca che si fa dramma universale risiede una delle tensioni più fertili del cinema contemporaneo. A questi si affiancano due opere che lavorano sulla memoria collettiva in modi differenti: il documentario Effetto Nicholas, che ripercorre la tragedia del piccolo Nicholas Green trasformandola in un inno alla solidarietà e alla vita attraverso il tema della donazione degli organi, e il thriller Il Migliore dei mali, che esplora le zone d’ombra dell’animo umano. Un quartetto di film che, nel loro insieme, compongono un affresco complesso del nostro presente, tra ferite aperte, mitologie pop e la perenne lotta tra il bene e il male.

Ma un festival, oggi più che mai, non può essere solo una successione di proiezioni. Deve essere un ecosistema, un ambiente che favorisce la contaminazione e la crescita. Ed è qui che il RCFF mostra la sua anima più innovativa. I laboratori RCFF Lab, in collaborazione con Framinia Academy e un’associazione fondamentale come Women in Film, Television & Media Italia, e le masterclass di regia e recitazione, trasformano la kermesse in un’accademia temporanea. L’iniziativa “Cinema Dentro e fuori le mura”, che porta il cinema in carcere, è un gesto di altissimo valore civile e politico, che ricorda da vicino l’operazione maieutica dei fratelli Taviani in Cesare deve morire, dimostrando come l’arte possa essere uno strumento di evasione, non solo fisica ma soprattutto spirituale. E poi, ancora, “Un libro per il cinema”, i talk, e persino un’incursione nella realtà virtuale con “Visioni diVine”, un viaggio immersivo nelle terre del vino calabrese. Quest’ultima iniziativa è una metafora perfetta della filosofia del festival: unire l’identità più arcaica e radicata del territorio (la viticoltura) con la tecnologia più avveniristica (l’Oculus) per creare un’esperienza sensoriale totale.

Questa celebrazione dell’identità trova la sua apoteosi nella dedica di questa diciannovesima edizione a Gianna Maria Canale, indimenticata diva reggina degli anni ’50. Regina del “peplum”, la Canale fu una delle prime a esportare un volto e un corpo mediterranei nell’immaginario globale, diventando un’icona in un’epoca in cui Cinecittà era la Hollywood sul Tevere. Omaggiare lei significa riscoprire una genealogia, tracciare una linea di continuità tra quella stagione irripetibile e i talenti di oggi. E non è un caso, come sottolinea il patron Michele Geria, che un’altissima percentuale dei film in concorso sia realizzata da calabresi o girata in Calabria. Il festival diventa così la punta di un iceberg, la manifestazione visibile di un fermento produttivo e creativo che sta finalmente trovando la sua voce. La notizia, quasi una folgorazione, che proprio in questi giorni Francis Ford Coppola si trovi in città per dei sopralluoghi, non è un semplice aneddoto. È un evento epocale. Il regista che con Il Padrino ha cristallizzato (e per certi versi ingabbiato) l’immagine del Sud Italia nel mondo, ora torna in questa terra non per un’operazione nostalgica, ma per il suo visionario Megalopolis. È la chiusura di un cerchio, il segno che lo sguardo esterno sta cambiando, e che la Calabria non è più solo la terra del passato, ma un possibile set per il futuro.

A guidare questa edizione, una squadra rinnovata che unisce esperienza e visione critica: accanto a Michele Geria, vero motore della manifestazione fin dai suoi albori, debutta come direttore artistico Gianlorenzo Franzì, giornalista e critico cinematografico (volto noto di Cinematografo di Gigi Marzullo), la cui sensibilità garantirà una selezione rigorosa e mai banale. Madrina dell’evento sarà l’artista poliedrica Alma Manera, anche lei calabrese, a suggellare la coerenza del tema identitario. E una giornata cruciale sarà dedicata alle “Donne nel cinema”, con la testimonianza di una figura come Rita Rusic, che racconterà cosa significhi “guidare lo schermo” da una prospettiva femminile, in un dialogo con le nuove generazioni rappresentate dalla produttrice Desiree Manetti e dalla regista Andree Lucini.

Il Reggio Calabria Film Fest, impreziosito dai premi realizzati dal maestro orafo Michele Affidato, si conferma dunque non come un evento, ma come un progetto culturale. Un progetto che, grazie all’istituzionalizzazione voluta dalla Città Metropolitana e al sostegno della Calabria Film Commission e del Ministero della Cultura, guarda al futuro con solide basi. È la dimostrazione che è possibile fare cultura ad altissimi livelli anche lontano dai grandi centri nevralgici, trasformando la cosiddetta “periferia” in un nuovo, vibrante centro. Dal 15 al 20 settembre, i riflettori non illumineranno solo i red carpet, ma un’intera comunità che, attraverso il cinema, sceglie di raccontarsi e di immaginare il proprio domani.

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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