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Silent City Driver sarà il rappresentante ufficiale della Mongolia agli Oscar

Pubblicato il 2 Ottobre 2025

In questo ottobre 2025, mentre i motori della macchina degli Oscar iniziano a rombare con la consueta prevedibilità, una notizia ha brillato con una luce inaspettata, quasi un miraggio nel deserto delle produzioni omologate: la Mongolia ha scelto Silent City Driver come suo rappresentante ufficiale per la corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale.

Questo annuncio è un segnale, un’indicazione che il cinema d’autore continua a trovare linfa vitale anche nei luoghi meno battuti dalle rotte mainstream. La Mongolia, una nazione dall’immaginario cinematografico occidentale spesso confinato a epopee storiche o documentari naturalistici, si affaccia con un’opera profonda che promette di ridefinire le percezioni, portando sullo schermo una realtà contemporanea e, presumibilmente, un linguaggio visivo che sfugge alle classificazioni facili.

Silent City Driver (il titolo stesso è un ossimoro intrigante, un’armonia dissonante che evoca solitudine nel frastuono) ci catapulta nel cuore di Ulaanbaatar, la capitale mongola, una metropoli che in pochi decenni è passata da un’oasi nomade a un conglomerato urbano pulsante. Questo è il palcoscenico di un film che, secondo le prime descrizioni e i sussurri che lo accompagnano, esplora la vita di un autista, un osservatore silente che naviga le contraddizioni di una società in rapida evoluzione. L’autista, figura archetipica del cinema contemporaneo – pensiamo al Taxi Driver scorsesiano, ma anche al Drive di Refn o all’alienato autista di Holy Motors di Carax – diventa una lente attraverso cui osservare una città che è un crogiolo di tradizione e modernità, di speranze e disillusione.

Il regista, il cui nome ancora non risuona con la stessa familiarità di altri maestri asiatici, ma la cui scelta da parte della Mongolia testimonia una fiducia profonda, si avventura in un territorio dove il silenzio non è assenza di suono, ma una forma di resistenza, una meditazione attiva. In una città che “non dorme” o che è “costantemente in movimento”, come Ulaanbaatar, la figura di un “autista silenzioso” è di per sé un atto poetico, un’affermazione di individualità contro l’omologazione. È l’occhio discreto che registra, senza giudicare, le pulsioni e le derive di una collettività che cerca la sua identità tra l’eredità di un passato nomade e le promesse (spesso illusorie) del progresso.

Ulaanbaatar non è un semplice sfondo; è il vero co-protagonista del film. La città, con i suoi contrasti stridenti – i grattacieli moderni che si ergono accanto alle ger tradizionali, le luci al neon che illuminano i volti scolpiti dal vento delle steppe – è un laboratorio sociale a cielo aperto. Il film, a quanto pare, cattura questo delicato equilibrio, questa tensione costante tra due mondi che coesistono, non senza attriti. È una metafora di molte altre capitali emergenti dell’Asia centrale, un po’ come le metropoli dei Balcani o dell’Europa dell’Est dopo la caduta del muro, dove il vecchio e il nuovo si scontrano in una danza a volte brutale, a volte malinconica.

L’autista, con le sue rotte quotidiane, traccia una mappa emotiva della città, un diario di bordo delle vite che incrocia. Questo approccio evoca la tradizione del “cinema di strada” di alcuni maestri del dopoguerra, che usavano le dinamiche urbane per riflettere le ansie e le speranze di una nazione. Non è un caso se pensiamo al neorealismo italiano, dove le strade di Roma o Napoli diventavano il palcoscenico di drammi umani universali, o al cinema iraniano di Kiarostami, dove un viaggio in auto può trasformarsi in un’odissea filosofica. Silent City Driver sembra inserirsi in questa nobile tradizione, ma con una prospettiva squisitamente mongola.

Il cinema mongolo ha sempre avuto una sua specificità, spesso legata alla vastità delle sue terre, alla vita nomade, alla spiritualità sciamanica. Film come La storia del cammello che piange di Byambasuren Davaa e Luigi Falorni ci hanno mostrato un mondo di tradizioni ancestrali. Silent City Driver rappresenta un’evoluzione, un passo in avanti verso una narrazione che, pur mantenendo un legame con la propria identità, si apre alle sfide della globalizzazione. Non più solo la vastità della steppa, ma la claustrofobia della metropoli; non più solo il ritmo lento della natura, ma la frenesia del traffico e delle aspirazioni contemporanee.

Questa scelta di rappresentanza agli Oscar è un atto di coraggio culturale, una dichiarazione che la Mongolia non è solo un “paesaggio”, ma una nazione con una voce moderna, capace di produrre un cinema che dialoga con le ansie universali. È un po’ come un dipinto tradizionale di thangka che, pur mantenendo i suoi simbolismi ancestrali, viene esposto in una galleria d’arte contemporanea, sfidando lo sguardo dell’osservatore occidentale.

La corsa all’Oscar per il Miglior Film Internazionale è notoriamente competitiva, un vero e proprio campo di battaglia culturale dove si scontrano narrazioni, estetiche e identità nazionali. La scelta della Mongolia, con un film dal titolo così evocativo e dalle premesse così intriganti, non è solo una candidatura; è un invito. Un invito a guardare oltre i confini geografici e mentali, a scoprire un cinema che, pur partendo da una specificità locale, aspira a toccare corde universali. Sono le voci che, pur sussurrando, risuonano più forte del frastuono, ricordandoci che le storie migliori sono spesso quelle che ci vengono raccontate con la calma e la profondità di chi ha tanto da osservare e, forse, poco da dire. Ma quel poco, espresso con la giusta sensibilità, può valere un intero universo.

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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