In un’epoca cinematografica satura fino all’asfissia di multiversi, linee temporali contorte e apocalissi cosmiche, in cui la “superhero fatigue” è diventata non più un’ipotesi da critico ma un dato di fatto del box office, l’idea di un’altra avventura di Spider-Man avrebbe potuto suonare come la nota stonata in un’orchestra esausta. E invece, Spider-Man: Brand New Day di Destin Daniel Cretton si abbatte sul panorama cinecomic con la forza purificatrice di un’eresia, di un atto di coraggiosa e dolorosissima iconoclastia. Il film non è un sequel, non è un reboot, ma una vera e propria tabula rasa esistenziale che, paradossalmente, trae la sua immensa potenza proprio dalla continuità con il passato. Ereditando la conclusione straziante di No Way Home – un patto mefistofelico in piena regola che ha cancellato Peter Parker dalla memoria del mondo – Cretton non cerca di annullare o aggirare quella solitudine, ma vi si immerge, la esplora fino al suo nucleo più gelido e terrificante, trasformandola nel fondamento di un’opera crepuscolare, intimista e disperatamente umana. Questo film entra di diritto nel nostro Movie Canon perché compie l’impresa più ardua: ci fa dimenticare di star guardando un’icona globale da miliardi di dollari per restituirci, in tutta la sua vulnerabile e commovente essenza, il ragazzo del Queens.
L’intuizione geniale, che eleva il film ben al di sopra della media del genere, è stata affidare la regia a Destin Daniel Cretton. La sua sensibilità, forgiata nel crogiolo del cinema indipendente americano, si rivela lo strumento perfetto per orchestrare questo ritorno alle origini, non tanto narrative quanto emotive e stilistiche. Cretton spoglia Spider-Man di tutta l’impalcatura tecnologica e cosmica del Marvel Cinematic Universe per calarlo in un realismo urbano che non vedevamo dai tempi del cinema di Sidney Lumet o William Friedkin. La sua New York non è il parco giochi iper-stilizzato delle precedenti iterazioni, ma un organismo brulicante e indifferente, una giungla di cemento e neon le cui strade, bagnate da una pioggia quasi perenne, sembrano uscite da un dipinto di Edward Hopper se fosse stato re-interpretato da Martin Scorsese. La fotografia abbandona le composizioni patinate per abbracciare una macchina a mano nervosa, quasi documentaristica, che pedina Peter Parker, lo spia attraverso finestre sporche, ne cattura l’alienazione tra la folla anonima. Siamo più vicini all’estetica di Mean Streets che a quella di The Avengers, in un’opera dove il vero antagonista non è un singolo super-criminale, ma la città stessa, con la sua inarrestabile marea di disperazione e violenza.
In questo deserto metropolitano si muove il Peter Parker di Tom Holland, che offre qui una performance di una maturità sbalorditiva, la prova definitiva del suo talento. Il suo non è più il ritratto di un adolescente esuberante gravato da una grande responsabilità, ma lo studio di un fantasma, di un giovane uomo condannato a una libertà assoluta e, per questo, terrificante. Senza amici, senza famiglia, senza mentori, questo Peter è un eroe sartriano gettato nel mondo, la cui identità è definita unicamente dalle sue azioni, dal suo incessante e sfibrante agire. Holland comunica questo abisso di solitudine con una fisicità contratta, con uno sguardo che tradisce un dolore sordo e costante anche nei rari momenti di quiete. Lo vediamo tentare di ricostruirsi una vita, seduto da solo in un’aula universitaria, mentre osserva da lontano MJ e Ned vivere la loro felicità ignara, e in quegli sguardi c’è tutta la tragedia di un Orfeo a cui è stato concesso di tornare dal regno dei morti, ma a patto di non poter più essere riconosciuto da nessuno. La sua decisione di indossare di nuovo il costume – un costume semplice, cucito a macchina, quasi un ritorno al prototipo – non è un atto di esaltazione, ma di rassegnata condanna. È l’accettazione che, cancellato Peter Parker, tutto ciò che gli resta è Spider-Man.
Ed è qui che la presunta debolezza del film, la sua pletora di antagonisti, si rivela come la sua più grande e audace forza strutturale. La sceneggiatura non commette l’errore di Spider-Man 3 di Sam Raimi, accumulando storyline distinte, ma usa la moltitudine di minacce – da uno Scorpion potenziato dal simbionte a figure di secondo piano come Tombstone, Tarantula e Boomerang – per creare un effetto sinfonico, un’unica, assordante cacofonia criminale. Non sono “i villain della settimana”; sono i sintomi di una patologia urbana endemica, le metastasi di un cancro che sta divorando l’anima della città. Cretton li dirige non come menti criminali da sconfiggere in un climax, ma come un’onda anomala di violenza casuale e brutale che si abbatte su Peter senza sosta. Un giorno è una rapina in banca, il giorno dopo un regolamento di conti tra gang, la notte un’operazione di contrabbando. L’effetto è volutamente estenuante, sia per il protagonista che per lo spettatore. Per la prima volta, percepiamo il vero peso della “grande responsabilità”: non è affrontare il singolo super-cattivo, ma il tentativo, Sisifeo e destinato al fallimento, di arginare da solo un oceano di crimine. L’approccio è più vicino a quello di una serie come The Wire, dove il sistema stesso è l’antagonista, che a un film di supereroi tradizionale.
In questo caos emerge una figura che funge da catalizzatore tematico e da specchio oscuro per l’anima di Peter: The Punisher. La sua introduzione non è un semplice cameo per il fan service, ma il cuore assiologico del film. Frank Castle non è presentato come un villain, ma come una soluzione terribilmente logica al problema che Spider-Man non riesce a risolvere. In una città malata, lui è la chemioterapia aggressiva. Il loro confronto, che culmina in un teso dialogo su un tetto sotto una pioggia battente, è un pezzo di scrittura e recitazione magistrale, un chiasmo ideologico che definisce entrambi i personaggi. Per Frank, la pietà di Peter è una forma di crudeltà, un cerotto su una ferita da amputare. Per Peter, la brutalità di Frank è la resa finale alla disperazione che lui combatte ogni notte. Non è uno scontro fisico, ma una battaglia per l’anima di New York e, soprattutto, per quella di Peter Parker. Vedere questo Spider-Man, solo e logorato, tentato dalla via più semplice e definitiva rappresentata da Castle, aggiunge uno strato di complessità morale che nobilita l’intera pellicola. È il dibattito eterno tra giustizia e vendetta, tra la speranza nella redenzione e la certezza della corruzione, incarnato in due uomini mascherati.
L’azione stessa riflette questa filosofia. Le scene di combattimento di Cretton sono l’antitesi dello spettacolo funambolico. Sono brutali, disperate e dolorose. Spider-Man non danza più tra i grattacieli; si trascina, commette errori, calcola male una traiettoria e si schianta contro un muro. I suoi pugni non sono coreografati, ma sferrati con la foga di chi sta per essere sopraffatto. Sentiamo il suo respiro affannoso, vediamo il sudore, il sangue, gli strappi nel costume. Ogni scontro lascia cicatrici, fisiche e psicologiche. Questa scelta estetica, questo realismo della fatica, serve a sottolineare il costo immenso del suo eroismo. Senza la tecnologia Stark, senza il supporto degli Avengers, ogni vittoria è pagata a caro prezzo e offre solo un sollievo temporaneo prima che l’onda successiva si abbatta su di lui. È la rappresentazione più pura del motto del personaggio: un potere immenso che non rende la vita più facile, ma infinitamente più difficile.
Alla fine, Spider-Man: Brand New Day si guadagna il suo posto nel canone perché osa essere un film piccolo, intimo e doloroso su uno dei personaggi più grandi e amati della cultura pop. È un’opera che, nell’era del gigantismo, riscopre la bellezza della scala umana e la potenza del dramma personale. Destin Daniel Cretton e Tom Holland non si sono limitati a fare “un altro film di Spider-Man”; hanno realizzato un profondo e struggente studio sulla solitudine, sul dovere e sulla scelta quasi folle di aggrapparsi alla speranza quando tutto intorno è buio. Ci hanno restituito l’eroe di quartiere, e nel farlo hanno reso il suo eroismo più vasto e significativo di qualsiasi minaccia cosmica.
Scheda Film
Voto:
Regista: Destin Daniel Cretton
Cast: Tom Holland, Sadie Sink, Liza Colón-Zayas, Jon Bernthal, Zendaya
Sceneggiatura: Stan Lee, Steve Ditko, Erik Sommers
Data di uscita: 29 Lug 2026
Titolo originale: Spider-Man: Brand New Day
Paese di produzione: United States of America
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