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“The Conjuring: Last Rites” domina al botteghino, superando “Mission: Impossible”

Pubblicato il 7 Settembre 2025

La notizia giunge dai recessi oscuri e polverosi degli archivi hollywoodiani, un luogo dove i sussurri dei mostri e i gemiti delle vittime si mescolano al fruscio delle pellicole invecchiate: The Conjuring: Last Rites, ultimo capitolo della saga horror prodotta da James Wan, ha superato le aspettative al box office, mostrando una tenuta invidiabile, persino superiore a Mission: Impossible – Dead Reckoning Part Two. Un evento non così insolito, considerando il peso culturale del franchise e il suo solido appeal su un pubblico affezionato all’orrore artigianale, a cui si contrappone il mastodontico, seppur ben realizzato, action movie di Cruise.

Il successo di The Conjuring: Last Rites, non è solo un dato di botteghino, ma un sintomo di una certa nostalgia per il cinema di genere autentico. Wan, maestro indiscusso dell’horror contemporaneo (basti ricordare il suo capolavoro Saw, che ha rivoluzionato il sottogenere del torture porn, e il monumentale Insidious), ha saputo ricreare quell’atmosfera claustrofobica e opprimente, tipica dei classici del genere, evitando le soluzioni facili e le derive del jump scare fine a se stesso. La sua regia, una danza macabra tra ombre e luci, ricorda i dipinti di Caravaggio, con la luce che modella i volti dei personaggi e intensifica l’orrore, quasi a volerlo scolpire nel buio.

Ma il merito del successo non va attribuito solo alla regia di Wan. Il cast, seppur non composto da nomi altisonanti del calibro di un Meryl Streep o di un Daniel Day-Lewis, è un insieme perfettamente calibrato di interpreti capaci di restituire un’umanità autentica ai personaggi, trasformandoli da pedine di un gioco horror in figure complesse e credibili, in grado di suscitare empatia, nonostante le loro debolezze e i loro difetti. Potremmo paragonare questo approccio alla sensibilità di un Ingmar Bergman, capace di scavare nell’animo umano e di mettere a nudo le sue contraddizioni e le sue fragilità anche in contesti apparentemente lontani dal realismo quotidiano, usando però il linguaggio del cinema, del montaggio, della luce, dell’ombra, del sonoro.

A differenza dei film horror contemporanei che spesso sacrificano la narrazione sull’altare dell’effetto shock, The Conjuring: Last Rites si muove con ritmo preciso, costruendo lentamente la tensione e dosando con sapienza gli elementi soprannaturali. Ricorda in questo senso i grandi maestri del cinema horror gotico, come James Whale con il suo Frankenstein e Tod Browning con il suo Freaks, film capaci di spaventare non solo con gli effetti speciali, ma con la forza evocativa delle immagini e la potenza del loro simbolismo. L’horror di Wan, quindi, non è solo un’esperienza sensoriale, ma una vera e propria riflessione sulla natura del male, sulle nostre paure più profonde e sulla fragilità dell’animo umano.

Il successo di The Conjuring: Last Rites ci ricorda che il cinema di genere, se ben realizzato, può aspirare a una profondità artistica che va ben oltre il mero intrattenimento. È un cinema che, al pari delle grandi opere d’arte, ci costringe a confrontarci con le nostre paure, con le nostre ombre e con la complessità della natura umana. Un cinema che, come una sinfonia di terrore orchestrata da un maestro, riesce a catturare l’attenzione dello spettatore e a lasciarlo con un’eco di inquietudine, un persistente senso di disagio che ci rammenta la capacità dell’arte di scuotere le nostre certezze e di farci guardare il mondo con occhi nuovi.

In definitiva, il successo di questo ultimo capitolo della saga di The Conjuring non è un evento isolato, ma un segnale importante per l’industria cinematografica: il pubblico è ancora affamato di storie ben raccontate, di emozioni autentiche e di cinema che sappia andare oltre la semplice spettacolarizzazione. Un cinema che, come un’antica reliquia ritrovata negli angoli più nascosti della storia del cinema, continua a mantenere vivo il fascino e il terrore che solo il vero horror sa suscitare.

E in questo nuovo successo, si intravede un futuro promettente per il genere horror. Un futuro che, speriamo, sarà popolato da film che, come The Conjuring: Last Rites, non si limiteranno a spaventare, ma sapranno anche emozionare, riflettere e lasciare un segno indelebile nel cuore e nella mente dello spettatore.

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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