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The Dish ovvero il ritorno di Spielberg alla grande domanda: Siamo soli in questo universo?

Pubblicato il 1 Ottobre 2025

L’essenza di The Dish (che in inglese evoca sia un piatto, sia un’antenna parabolica, un “piatto” per ricevere segnali, e questo già ci dice molto sul potenziale metaforico) sembra incentrarsi su un’indagine, una ricerca. Non si tratterà, a quanto pare, di un’epica spaziale alla Star Wars o di un’invasione aliena alla Guerra dei Mondi (sebbene Spielberg ne abbia già dato la sua, cupissima, interpretazione). L’intento pare essere quello di esplorare il primo contatto, la possibilità di vita extraterrestre e le implicazioni psicologiche, filosofiche e sociali di tale scoperta. Un territorio che Spielberg conosce bene, avendolo già affrontato con la dolcezza lirica di Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo (1977) e con l’innocenza perduta di E.T. l’extra-terrestre (1982).

Questo nuovo progetto, dunque, non è un’incursione casuale nel genere, ma un vero e proprio ritorno alle origini tematiche del suo cinema più introspettivo, quello che poneva domande invece di fornire risposte facili. Un’opera che, si spera, riscopra la meraviglia e il timore reverenziale dell’ignoto, piuttosto che la mera spettacolarizzazione. È l’eco di un bambino che guarda le stelle, ma con la consapevolezza e la maturità di un uomo che ha visto il mondo cambiare, e con esso, le nostre paure e le nostre speranze.

Quello che ci si aspetta da Spielberg con The Dish è un’opera che, pur muovendosi nel solco della fantascienza, recuperi la sua cifra autoriale più profonda. Dimentichiamo, almeno per un momento, le prodezze tecniche fini a se stesse. Qui, l’interesse dovrebbe essere rivolto alla costruzione di un’atmosfera, alla tensione narrativa che nasce dal non detto, dal suggestivo, piuttosto che dal palesato. È l’essenza di certo cinema che non ha bisogno di mostrare per far percepire. Pensiamo alla capacità di Kubrick di generare inquietudine in 2001: Odissea nello spazio con un monolite e pochi minuti di dialoghi, o alla potenza evocativa di Solaris di Tarkovsky, dove l’alieno è una proiezione dei nostri stessi desideri e paure.

Spielberg, in questo contesto, potrebbe ritrovare la sua vena più autoriale, quella che si esprimeva attraverso la direzione degli attori, la composizione visiva e il montaggio, strumenti che, nella sua lunga carriera, ha spesso messo al servizio di narrazioni più complesse. Il “piatto” del titolo, quindi, potrebbe non essere solo un oggetto fisico, un’antenna, ma una metafora della nostra stessa capacità di “ricevere” l’ignoto, di interpretare i segnali, di affrontare l’alterità non con la forza, ma con la comprensione. È un gesto quasi archeologico, un tentativo di scavare nei detriti della fantascienza per riportare alla luce le sue domande più fondamentali.

Il cinema di Spielberg ha sempre avuto la capacità unica di mescolare l’epico con l’intimo, il fantastico con l’umanissimo. E The Dish (titolo peraltro non confermato) potrebbe essere il terreno fertile per questa sintesi. Immaginiamo personaggi complessi, scienziati, astronomi, forse anche semplici individui che si trovano a confrontarsi con una scoperta che rivoluziona ogni certezza. Non eroi muscolosi che sparano agli alieni, ma menti fragili che cercano di dare un senso a qualcosa che trascende la loro comprensione.

La fantasia e la scienza, nel cinema di Spielberg, non sono mai state in opposizione. Anzi, sono sempre state due facce della stessa medaglia, due linguaggi complementari per esplorare i misteri dell’esistenza. E in un’epoca come la nostra, dove la scienza e la tecnologia ci proiettano verso futuri incerti, e dove la ricerca di un significato ultimo è sempre più pressante, un film come “The Dish” potrebbe risuonare profondamente. È un tentativo di dare forma a quel “sentimento oceanico” di cui parlava Freud, quella sensazione di essere parte di qualcosa di più grande, qualcosa che va oltre i confini della nostra piccola esistenza.

Il suo cinema, nel bene e nel male, ha sempre plasmato l’immaginario collettivo, spesso anticipando o riflettendo le ansie e le speranze della società. Se The Dish dovesse concentrarsi sulla sottigliezza del primo contatto, sulla risonanza etica e filosofica di tale evento, piuttosto che sulla sua spettacolarità, potremmo trovarci di fronte a un’opera che non solo intrattiene, ma che provoca, che interroga, che ci costringe a guardare il cielo non solo con meraviglia, ma anche con una nuova, profonda, umiltà.

Questo progetto, ancora in fase embrionale ma già così intrigante, è una promessa. È la speranza che il regista che ci ha fatto sognare con i dinosauri e gli alieni buoni, sia ancora capace di sorprenderci, di spingerci a guardare oltre, di farci riflettere sulla nostra posizione nell’universo. È il ritorno di un artigiano al suo mestiere più nobile, quello di porre domande e di incantare.

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

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