Nell’ecosistema sfaccettato e in perenne mutamento del cinema d’azione contemporaneo, pochi nomi risplendono con la stessa intensità e coerenza di Kenji Tanigaki. Non è solo un regista, ma un vero e proprio architetto della violenza coreografica, un artigiano che ha elevato il stunt work a forma d’arte, cesellando sequenze di combattimento che trascendono la mera spettacolarità per toccare corde emotive e narrative profonde. Con “The Furious” (2025), Tanigaki si cimenta con un topos narrativo classico – quello del padre che deve affrontare spietati rapitori per salvare la figlia – e lo eleva a un livello superiore, innestando la sua visione iperrealistica dell’azione in una struttura drammatica che non ha paura di sporcarsi le mani con il dolore e la disperazione.
Chi si aspetta una mera ripetizione di schemi già visti, seppur splendidamente eseguiti, è destinato a rimanere piacevolmente spiazzato. Tanigaki, infatti, non si limita a imbastire una rincorsa adrenalinica, ma scava nel profondo della psiche del suo protagonista, un padre la cui vita, all’inizio del film, sembra essere una grigia tela di quotidianità. È un uomo comune, forse un po’ logorato dagli anni o dalle delusioni, la cui esistenza viene frantumata dall’evento più traumatico immaginabile: il rapimento della propria figlia. Questo è il detonatore di una trasformazione radicale, l’innesco di una furia primordiale che lo trasforma da individuo anonimo a macchina inarrestabile di vendetta e protezione. Non è la semplice rabbia a muoverlo, ma un’ira biblica, una disperazione così profonda da annullare ogni paura e ogni limite fisico.
La maestria di Tanigaki si manifesta fin dalle prime sequenze d’azione, che non sono solo incredibilmente ben orchestrate, ma narrativamente essenziali. Ogni pugno, ogni calcio, ogni acrobazia ha un peso specifico, racconta qualcosa del personaggio, della sua determinazione, della sua evoluzione. Non siamo nel territorio del balletto di Hong Kong, pur magnifico, dove la coreografia spesso trascende la fisica. Siamo piuttosto in una dimensione che potremmo definire “realismo estremo”, dove la violenza è sporca, brutale, dolorosa, ma al contempo incredibilmente fluida e leggibile. L’influenza di leggende come Jackie Chan e Donnie Yen, con cui Tanigaki ha spesso collaborato, è evidente, ma qui il maestro giapponese imprime una sua personalissima cifra stilistica, portando l’intensità a un nuovo livello. Si percepisce un’eco del cinema coreano più crudo, quello di The Man from Nowhere o Oldboy, dove il corpo è al centro della narrazione e il dolore è una valuta di scambio.
Ma “The Furious” non è solo un tour de force di sequenze d’azione mozzafiato. È anche uno studio sulla paternità, sull’amore incondizionato che un genitore prova per la propria prole. Il film ci mostra il lato più oscuro di questo amore: la sua capacità di generare una furia distruttiva quando minacciato. Il protagonista non è un eroe infallibile. È un uomo vulnerabile, che commette errori, che subisce colpi, che sanguina. E proprio in questa sua fragilità risiede la sua forza più grande. La sua non è la vendetta di un supereroe, ma la reazione disperata di un padre che non ha più nulla da perdere. Questo lo rende incredibilmente umano e, di conseguenza, la sua battaglia diventa la nostra.
Il film, nel suo affrontare il tema del rapimento, si inserisce in un solco narrativo che affonda le radici nella letteratura e nel cinema più classici. Si pensi alla figura archetipica dell’eroe solitario che deve recuperare l’amata (o la figlia) dai barbari, un topos che attraversa l’epica greca, il western (con Sentieri Selvaggi di John Ford come apice), fino ad arrivare al cinema d’azione più recente. Tanigaki, tuttavia, de-romanticizza e de-mitizza questa figura. Il suo padre furioso non è un cavaliere senza macchia, ma un uomo qualunque spinto all’estremo, la cui unica bussola è l’amore per la figlia. Non c’è gloria nella sua violenza, solo la necessità impellente di sopravvivere e salvare.
Un aspetto affascinante della produzione, e che spesso caratterizza il lavoro di Tanigaki, è l’estrema attenzione alla preparazione fisica degli attori. Si narra che il protagonista abbia seguito un regime di allenamento estenuante per mesi, non solo per eseguire le coreografie di combattimento, ma per incorporare la stanchezza, il dolore e la crescente disperazione del personaggio. Molte sequenze sono state girate con il minor numero possibile di tagli, affidandosi alla bravura degli stuntman (e dello stesso protagonista) e alla fluidità della macchina da presa, che danza con i corpi senza mai perdere il filo dell’azione. Questa filosofia di “grezza autenticità” conferisce al film una veridicità quasi documentaristica, rendendo ogni colpo un’esperienza fisica per lo spettatore.
Il contesto socio-culturale in cui “The Furious” si manifesta è quello di un’ansia globale per la sicurezza dei propri cari, in un mondo sempre più percepito come pericoloso e imprevedibile. Il tema del rapimento, purtroppo, risuona con una tragica attualità in molte parti del mondo, e il film di Tanigaki, pur non volendo essere un commento politico, tocca corde emotive profonde legate a questa vulnerabilità collettiva. È un’opera che, senza moralismi, ci costringe a confrontarci con la nostra paura più ancestrale: quella di perdere ciò che abbiamo di più caro.
La regia di Tanigaki è, come sempre, di una precisione chirurgica. La macchina da presa è un’entità quasi vivente, che si muove con una fluidità incredibile, seguendo i corpi nelle loro evoluzioni senza mai disorientare lo spettatore. I primi piani sui volti segnati dalla fatica e dal dolore, le inquadrature ampie che permettono di apprezzare l’intera coreografia, i tagli rapidi ma mai frenetici: ogni scelta stilistica è al servizio della narrazione e dell’emozione. Non c’è compiacimento nella violenza, ma una rappresentazione cruda e onesta delle sue conseguenze. Non è un film che cerca di essere più di quello che è: un’opera d’azione implacabile, ma con un cuore pulsante di dramma umano. Kenji Tanigaki, pur non reinventando la ruota del genere, la fa girare con una potenza e una maestria tali da lasciarci a bocca aperta. È un’esperienza catartica, un urlo liberatorio che ci ricorda il potere del cinema di emozionare, di farci soffrire e di farci esultare, anche attraverso la rappresentazione della violenza più estrema.
Per gli amanti dell’azione pura, per chi apprezza la bellezza della coreografia di combattimento e per chi non ha paura di confrontarsi con una narrazione brutale ma emotivamente risonante, “The Furious” è un appuntamento imperdibile. È il cinema che sa essere intrattenimento di altissimo livello, senza rinunciare alla profondità emotiva. Un’opera che, nel suo genere, è destinata a diventare un punto di riferimento, una dimostrazione lampante di come, anche con una premessa semplice, si possa costruire un film di grande impatto e di indubbio valore estetico. Tanigaki conferma la sua posizione di maestro, e la sua “furia” è un’esperienza da vivere fino all’ultimo, respiro affannoso.
Scheda Film
Voto:
Regista: Kenji Tanigaki
Cast: Xie Miao, Yang Enyou, Joe Taslim, Yayan Ruhian, JeeJa Yanin
Sceneggiatura: Lei Zhilong, Shum Kwan-Sin, Frank Hui
Data di uscita: 07 Set 2025
Titolo originale: The Furious
Paese di produzione: Hong Kong
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