Il ritorno alla regia di Anders Thomas Jensen è sempre un evento per chi, come noi, ama un cinema che non ha paura di essere scorretto, bizzarro e, sotto una scorza di violenza e umorismo nerissimo, profondamente umano. Con The Last Viking, presentato nel circuito dei festival del 2025, il maestro danese dell’assurdo non solo non delude, ma firma la sua opera più matura e ambiziosa. È un film che, partendo da una premessa da classico heist movie, si trasforma lentamente in una saga vichinga psicanalitica, una discesa tragicomica nell’abisso del trauma maschile e un’elegia per un mondo di codici d’onore che non esiste più. È Jensen al suo meglio: brutale, esilarante e, alla fine, stranamente commovente.
La storia è quasi ingannevolmente semplice: un rapinatore di banche, soprannominato “Il Vichingo”, viene rilasciato di prigione e deve sbloccare la memoria di suo fratello, traumatizzato e catatonico dopo l’ultimo colpo, per recuperare il bottino rubato. Nelle mani di un regista qualunque, questa sarebbe la trama per un thriller convenzionale. Nelle mani di Jensen, diventa il pretesto per un’esplorazione quasi mitologica della mascolinità, della lealtà e della memoria. Il protagonista, interpretato da un Mads Mikkelsen che torna a collaborare con il regista in uno stato di grazia assoluta, non è un semplice criminale. È un anacronismo vivente, un uomo che vive secondo un codice vichingo di forza e onore in un mondo fatto di burocrazia e terapia. La sua ricerca del “tesoro” non è motivata dall’avidità, ma da un bisogno quasi disperato di dare un senso al sacrificio del fratello, di chiudere l’ultima, tragica “razzia” della sua vita.
L’opera si inserisce perfettamente nell’universo narrativo che Jensen ha costruito nel corso della sua carriera, un genere a sé che potremmo definire la “tragedia assurdista danese”. Ritroviamo tutti i suoi elementi distintivi: i personaggi sono uomini danneggiati, quasi spezzati, che cercano di imporre un ordine, per quanto bizzarro, su un mondo che percepiscono come caotico e privo di senso. Come nei suoi capolavori precedenti, da Le mele di Adamo a Giustizieri da strapazzo, la violenza è improvvisa, scioccante, ma spesso presentata con un umorismo impassibile che ne sottolinea l’assurdità. E, come sempre, al centro di tutto c’è la creazione di una famiglia disfunzionale per elezione. Il Vichingo e suo fratello, insieme a un manipolo di ex complici altrettanto inadeguati, formano un clan improbabile, unito non dal sangue, ma da un destino condiviso di fallimento e da una lealtà quasi tribale.
Il vero colpo di genio del film è nel modo in cui la ricerca del bottino si trasforma in un viaggio all’interno della mente traumatizzata del fratello. Questa non è una semplice progressione di flashback. È una discesa nell’Ade della memoria, un percorso surreale e frammentario. Jensen visualizza il trauma non con un realismo psicologico, ma con immagini grottesche e quasi oniriche, costringendo i protagonisti a rimettere in scena i frammenti del colpo andato male in modi sempre più bizzarri per tentare di sbloccare il ricordo. Questa scelta estetica trasforma un thriller in un’opera quasi fantasy, dove la mappa del tesoro non è un pezzo di carta, ma è nascosta in un paesaggio mentale in frantumi.
Se si cerca un parallelo, l’intera struttura del film è una riscrittura in chiave moderna di una saga norrena o di un poema epico come Beowulf. Il bottino della banca è l’oro del drago. I rivali che li braccano sono i mostri da sconfiggere. Il protagonista è l’eroe che, ormai anziano, deve affrontare un’ultima, impossibile impresa. Ma ambientare questa struttura mitologica nella Danimarca contemporanea, tra stazioni di servizio e anonimi appartamenti di periferia, crea un cortocircuito comico e tragico. Questi “vichinghi” non brandiscono asce, ma pistole che si inceppano, e la loro sala dell’idromele è un bar squallido. Questa collisione tra il mito e il banale è la fonte primaria dell’umorismo nero e della profonda malinconia che pervadono il film.
La performance di Mads Mikkelsen è, come sempre quando lavora con Jensen, straordinaria. Il suo “Vichingo” è una montagna di muscoli e di dolore silenzioso. È un uomo di una fisicità quasi terrificante, ma il cui sguardo rivela una vulnerabilità e una stanchezza infinite. È la perfetta incarnazione di un’idea di mascolinità ormai estinta, un fossile che cammina in un mondo che non lo comprende più. La sua interazione con il fratello, un personaggio che richiede una fragilità e un’immobilità quasi totali, è il cuore emotivo di un film altrimenti dominato da un cinismo esilarante.
The Last Viking è un’opera complessa, stratificata e incredibilmente divertente, che usa il genere crime come un cavallo di Troia per raccontare una storia profonda sulla fratellanza, sul peso del passato e sull’impossibilità di vivere secondo codici antichi in un mondo moderno. Il film non offre facili redenzioni. Il tesoro, forse, non è nemmeno la cosa più importante. L’unica cosa che conta è il tentativo, per quanto goffo e violento, di ricomporre i pezzi di un’anima spezzata e di onorare un giuramento fatto a un fratello. Per la sua originalità, per la sua capacità di fondere generi in modo così audace e per la sua visione del mondo così unica, l’opera di Anders Thomas Jensen non solo si guadagna un posto nel Movie Canon, ma ci ricorda che il cinema nordico contemporaneo è una delle miniere più ricche di storie intelligenti, sorprendenti e ferocemente umane.
Scheda Film
Voto:
Regista: Anders Thomas Jensen
Cast: Mads Mikkelsen, Nikolaj Lie Kaas, Sofie Gråbøl, Bodil Jørgensen, Lars Brygmann
Sceneggiatura: Anders Thomas Jensen, Sune Elskær, Anders Huulgaard
Data di uscita: 09 Ott 2025
Titolo originale: Den sidste viking
Paese di produzione: Denmark
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