Nel pantheon sempre più affollato delle opere che tentano di scandagliare le fragili architetture della psiche umana, Together di Michael Shanks si insinua con la discrezione di un incubo lucido, una scheggia di surrealismo domestico che lacera il velo di una quotidianità all’apparenza impeccabile. Oggi ci confrontiamo con un’opera che merita un’analisi attenta per la sua disturbante originalità e la sua capacità di farci guardare con occhi nuovi le crepe che si annidano sotto la superficie delle relazioni umane.
Michael Shanks, regista noto per una filmografia che spesso si muove ai confini tra il genere e il cinema d’autore, trova qui una sua personalissima quadratura del cerchio. L’incipit è di una semplicità quasi beffarda: il trasferimento di una coppia dalla frenesia urbana alla quiete bucolica della campagna. Un cliché narrativo, certo, che evoca immediatamente un’intera tradizione cinematografica e letteraria, dalla fuga romantica alla minaccia ancestrale che si annida nel verde. Ma Shanks non è interessato a percorrere sentieri battuti. Quella che dovrebbe essere una ricerca di pace, un rifugio idilliaco, si trasforma ben presto in un catalizzatore di orrori più intimi, più insidiosi di qualsiasi spettro o creatura boschiva. L’incidente soprannaturale, il motore primo di questa discesa agli inferi domestici, non è un evento esogeno, una perturbazione dall’esterno, ma sembra piuttosto una manifestazione, una concretizzazione fisica delle tensioni latenti, dei non detti accumulati, delle paure profonde che la vita metropolitana aveva forse solo sopito, ma non estirpato.
La geniale intuizione del film, e il suo aspetto più perturbante, risiede proprio in questa alterazione drastica che non si limita solo alla relazione e all’esistenza dei due protagonisti, ma si estende alla loro stessa forma fisica. Non siamo di fronte a una semplice possessione demoniaca o a una metamorfosi fiabesca. Ciò che accade è qualcosa di più sottile e, per questo, più agghiacciante: una fusione, una simbiosi involontaria, una perdita dei confini individuali che trasforma l’intimità in una gabbia di carne e spiriti intrecciati. È come se il concetto di “due corpi una sola anima” venisse spinto all’estremo, rovesciato nella sua accezione più romantica per assumere i connotati di una condanna bio-esistenziale. Il “insieme” del titolo non è più un ideale, ma una prigione, una condanna a un’interdipendenza mostruosa.
Shanks non risparmia allo spettatore il disagio visivo. La fotografia, spesso cupa e satura, gioca con le penombre e i riflessi, creando un’atmosfera claustrofobica nonostante l’ambientazione rurale. I dettagli della “trasformazione” sono suggeriti più che esibiti, affidandosi a un body horror sottile ma implacabile, che ricorda il Cronenberg più cerebrale, quello di Inseparabili o La Mosca, dove la mutazione fisica è specchio e sintomo di una mutazione psicologica, di un deragliamento dell’identità. Qui, però, la “nuova forma” non è solo la conseguenza di un evento traumatico, ma sembra quasi un’incarnazione del legame di coppia stesso, di come due individui, nel tentativo di fondersi, possano annullarsi a vicenda, perdendo i contorni della propria individualità.
Il film scava impietosamente nelle dinamiche di coppia, trasformando il matrimonio – o qualsiasi forma di unione profonda – in un campo minato. Ogni piccola incomprensione, ogni silenzio, ogni sacrificio fatto in nome dell’amore, acquista un peso insopportabile e sembra contribuire alla metamorfosi in atto. Viene da pensare al Bergman di “Scene da un matrimonio”, dove la disintegrazione della coppia è un processo lento, doloroso, psicologicamente straziante. Shanks, però, aggiunge una dimensione ulteriore: quella fisica, un horror dell’incarnazione che rende visibile e tangibile il disagio invisibile dell’anima. Se Bergman analizzava la psicologia del distacco, Shanks visualizza la fisiologia dell’unione forzata, del legame che si fa catena.
L’elemento soprannaturale, in questo contesto, non è un semplice deus ex machina per generare paura, ma una lente d’ingrandimento sui temi universali dell’identità e dell’autonomia all’interno di una relazione. Cosa succede quando i confini del “io” si dissolvono nel “noi”? Fino a che punto siamo disposti a sacrificare la nostra individualità per l’altro? E qual è il prezzo di questa fusione? Sono domande antiche, che hanno attraversato la filosofia, la letteratura e, naturalmente, il cinema. Ma Shanks le pone con una brutalità formale e concettuale che lascia il segno. Il film è una sorta di allegoria distorta del patto coniugale, un’analisi acida e pessimista di come l’amore, nel suo eccesso o nella sua deviazione, possa diventare una forza distruttiva, un’erosione lenta e inesorabile del Sé.
Un aneddoto sulla produzione, seppur non ancora divulgato ufficialmente, potrebbe rivelare la cura maniacale di Shanks nella costruzione di questo incubo. Si dice che gli attori principali, per interpretare la loro “forma fisica alterata”, siano stati costretti a lunghe sessioni di training fisico e psicologico, lavorando su movimenti e posture non naturali, quasi a voler incorporare il disagio e la perdita di controllo prima ancora dell’intervento del trucco prostetico o degli effetti speciali. Questa ricerca di autenticità nel grottesco si percepisce sullo schermo, donando alle performance una visceralità che va oltre la semplice recitazione.
Il contesto storico e culturale in cui Together si inserisce è quello di una società occidentale sempre più ossessionata dalla ricerca di un’identità fluida e, paradossalmente, dalla paura di perderla. In un’epoca di individualismo esasperato, il film di Shanks agisce come un contrappunto inquietante, un monito su cosa possa accadere quando l’interdipendenza diventa annullamento, quando il legame si trasforma in una specie di simbionte che divora l’ospite. È un film che, pur non schierandosi politicamente, parla profondamente delle ansie della nostra contemporaneità, dove la definizione di “coppia” e di “individualità” sono in continua rinegoziazione.
Si potrebbero tracciare paralleli con la corrente letteraria del “weird fiction”, da Lovecraft a Jeff VanderMeer, dove l’orrore non nasce tanto da un nemico esterno, quanto dall’alterazione della realtà percepita e dalla fusione con l’ignoto. E, in un’ottica più meta-testuale, l’opera sembra quasi un commento acido sull’atto stesso di filmare, di catturare due attori in un unico quadro, forzandoli in una relazione predefinita e osservandone la disintegrazione. La macchina da presa diventa essa stessa un occhio intrusivo, complice della mutazione, incapace di intervenire, costretta a registrare la caduta.
Non è un film facile Together. Non è un’opera che si lascia guardare con leggerezza o che offre facili catarsi. È un’esperienza disturbante, a tratti repellente, che chiede allo spettatore di confrontarsi con una visione implacabile dell’amore e dell’identità. Michael Shanks non cerca l’applauso facile o il consenso del pubblico mainstream. Il suo è un cinema che graffia, che scava, che non teme di mostrare le mostruosità che possono annidarsi anche nel cuore della relazione più intima. Un film da vedere, senza aspettarsi consolazioni, ma con la consapevolezza di assistere a un’indagine coraggiosa e spietata sul lato oscuro del “noi”.
Scheda Film
Voto:
Regista: Michael Shanks
Cast: Dave Franco, Alison Brie, Damon Herriman, Mia Morrissey, Karl Richmond
Sceneggiatura: Michael Shanks
Data di uscita: 28 Lug 2025
Titolo originale: Together
Paese di produzione: United States of America
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