L’aria che si respira a Toronto, in questo scorcio di fine estate, è carica di un’elettricità che mancava da tempo. Non è solo il consueto brusio che precede l’apertura di uno dei mercati cinematografici più influenti del pianeta, ma qualcosa di più denso, un’aspettativa quasi messianica. Il 50° Toronto International Film Festival (TIFF), che si terrà dal 4 al 14 settembre 2025, non è una semplice edizione celebrativa; è un banco di prova, un sismografo chiamato a misurare la scossa di assestamento di un’industria ancora convalescente. Lo scorso anno, l’eco lunga e sinistra degli scioperi hollywoodiani aveva trasformato il festival in un’anticamera spettrale, un evento depotenziato che, nonostante gli sforzi, non era riuscito a imporsi come il grande rilancio atteso. I titoli presentati – da Nightbitch a The Cut – si erano rivelati per lo più fuochi fatui, promesse mancate che avevano deluso le aspettative di critica e pubblico. A salvare parzialmente l’onore era stato solo il sorprendente e chirurgico Hard Truths del maestro del realismo britannico Mike Leigh, un’eccezione che confermava una regola desolante.
Quest’anno, il contesto non è meno complesso. Le recenti selezioni di Venezia e Telluride, solitamente ricche di futuri protagonisti della stagione dei premi, si sono dimostrate sorprendentemente avare di veri contendenti, lasciando un vuoto pneumatico che Toronto ha l’obbligo e l’opportunità di riempire. Tutti i riflettori sono ora puntati sulla metropoli canadese, dove l’attesa cresce per un’edizione che deve, per vocazione e necessità, restituire vigore al sistema e riconfermare il proprio status di trampolino privilegiato verso la corsa agli Oscar. La posta in gioco è altissima: non si tratta solo di lanciare film, ma di riaffermare la centralità della sala e del rito collettivo in un’era dominata dalla frammentazione algoritmica. Il programma, svelato il 12 agosto, è un’autentica corazzata, un arsenale di autori, star e storie che promette di scuotere il panorama cinefilo. Analizziamo insieme i titoli più attesi, quelli che potrebbero definire i prossimi mesi di conversazione cinematografica.
Couture: L’Eleganza Inquieta di Alice Winocour e Angelina Jolie
Dopo l’accoglienza controversa riservata al suo Thena in Eternals di Chloé Zhao, un personaggio dalla tragicità marmorea forse troppo complesso per la grammatica iper-semplificata del Marvel Cinematic Universe, e le recensioni tiepide che circondano il suo ambizioso progetto su Maria Callas, intitolato semplicemente Maria, Angelina Jolie non sembra minimamente intenzionata a rallentare. Anzi, la sua carriera assomiglia sempre più a una strategica partita a scacchi, dove ogni mossa è calcolata per spiazzare e ridefinire la percezione pubblica del suo status di icona. Mentre è attualmente sul set della commedia corale Anxious People accanto a talenti come Aimee Lou Wood (Sex Education) e il sempre affidabile Jason Segel, l’attenzione del mondo cinefilo è calamitata dalla première mondiale di Couture, un dramma parigino che si preannuncia come uno dei titoli più seguiti e discussi del festival.
Nel film, la Jolie interpreta una regista americana descritta come “insofferente alla moda”, una definizione che è già di per sé un manifesto programmatico. Giunta a Parigi durante il caotico e scintillante circo della Fashion Week, si ritrova invischiata, quasi suo malgrado, in un circolo cosmopolita di donne – stiliste, modelle, giornaliste, muse – tutte gravitanti attorno a una sfilata di risonanza mondiale. La premessa evoca immediatamente echi di classici come Eva contro Eva, traslato però nel mondo dell’alta moda, ma anche parallelismi più recenti e autoriali, come l’Irréprochable di Sébastien Marnier o il cinema di Olivier Assayas, in particolare Irma Vep e Personal Shopper, dove la superficie glamour nasconde abissi di insicurezza e crisi identitaria. Accanto a lei, un nome che è una garanzia di prestigio e complessità intellettuale: Louis Garrel, attore e regista che incarna l’essenza stessa del cinema d’autore francese. La sua presenza suggerisce che Couture non sarà una semplice satira sul mondo della moda, ma un’esplorazione più profonda delle dinamiche di potere, della creatività e della fragilità femminile.
La regia è di Alice Winocour, cineasta francese che a Toronto è di casa. Il suo precedente lavoro, Paris Memories (titolo originale Revoir Paris), era stato acclamato proprio qui per la sua delicata e straziante riflessione su una donna (interpretata da una magistrale Virginie Efira) sopravvissuta a un attentato terroristico. La Winocour ha una sensibilità rara nel filmare il trauma e la sua elaborazione, nel catturare le crepe invisibili dell’anima. La sua scelta di ambientare un film nel contesto apparentemente frivolo della haute couture potrebbe rivelarsi una mossa geniale: usare il mondo dell’effimero, dell’apparenza e della bellezza costruita come specchio per raccontare il disordine interiore, le cicatrici e la ricerca di un’autenticità perduta. Couture si preannuncia come un’opera stratificata, un potenziale duello psicologico tra l’austerità intellettuale americana del personaggio della Jolie e la seduzione estetica europea, in un film che potrebbe essere tanto un thriller dell’anima quanto un saggio visivo sull’arte e la mercificazione.
The Fence: Claire Denis e il Cuore di Tenebra Post-Coloniale
Claire Denis è una delle voci più radicali e intransigenti del cinema contemporaneo, un’autrice che ha fatto del corpo, del desiderio e delle ferite della storia coloniale il centro della sua poetica. Con The Fence, trasforma un cantiere gestito da una compagnia britannica in una località imprecisata dell’Africa in un palcoscenico teso e claustrofobico, un’arena a cielo aperto dove le tensioni latenti sono destinate a esplodere. Il film è un adattamento della pièce teatrale Combat de nègre et de chiens di Bernard-Marie Koltès, drammaturgo francese noto per il suo linguaggio lirico e brutale, capace di fondere la tragedia classica con la disperazione moderna. La scelta del testo di partenza è già una dichiarazione d’intenti: Denis non cerca la spettacolarità dell’azione, ma la densità della parola e la violenza che si annida nei silenzi e negli sguardi.
Il cantiere, questo non-luogo che è una cicatrice sul paesaggio, diventa una sineddoche del mondo: un microcosmo dove le gerarchie di potere, basate sulla razza e sul capitale, sono esplicite e ineludibili. Matt Dillon, attore che nella sua maturità ha saputo rivelare profondità inaspettate, interpreta Horn, il supervisore del cantiere, un uomo bianco costretto a fare i conti con la morte di un operaio locale. A fronteggiarlo c’è Alboury, interpretato da Isaach De Bankolé, attore feticcio della Denis e volto totemico di un certo cinema africano ed europeo. Alboury non è solo un individuo, ma la rappresentazione di un’intera comunità che reclama verità e giustizia, non come concessione, ma come diritto. Il loro confronto si preannuncia come un Kammerspiel sotto il sole spietato dell’Africa, un duello verbale e psicologico che scava nelle colpe inespresse del colonialismo e nelle sue metastasi contemporanee.
Con la sua consueta, quasi tattile, intensità, la Denis è pronta a indagare le disuguaglianze razziali, lo sfruttamento sistemico e la fragilità di un potere maschile e occidentale che si crede invulnerabile ma è, in realtà, sull’orlo del collasso. Il suo cinema, da Beau Travail a White Material, è sempre stato un’esplorazione fisica e sensoriale di corpi in conflitto con l’ambiente e con la storia. Ci si può aspettare una regia che privilegia la pelle, il sudore, la polvere, trasformando il paesaggio africano non in una cartolina esotica, ma in un personaggio vivo e pulsante, testimone silenzioso di un dramma morale a combustione lenta. The Fence non sarà un film facile, ma promette di essere un’opera necessaria, un pugno nello stomaco che ci costringe a guardare dove preferiremmo voltare le spalle.
The Christophers: Soderbergh Gioca con l’Arte, l’Inganno e la Commedia Nera
Steven Soderbergh è il Proteo del cinema americano, un regista-camaleonte capace di passare con disinvoltura disarmante da un genere all’altro, da un budget all’altro, da un modello produttivo all’altro, mantenendo sempre una firma stilistica riconoscibile e un approccio intellettualmente curioso. Dopo una carriera che ha alternato thriller tecnologici (Kimi), crime d’epoca (No Sudden Move), film sperimentali girati con un iPhone (Unsane) e commedie semi-improvvisate, il regista di Traffic e Ocean’s Eleven approda in Inghilterra con The Christophers, una dark comedy che promette di intrecciare il mondo elitario dell’arte con l’avidità più prosaica di una famiglia disfunzionale.
La trama ha il sapore di una farsa cinica e colta, quasi un incrocio tra una commedia degli Ealing Studios e un romanzo di Muriel Spark. La storia segue un artista di talento ma squattrinato, costretto a completare segretamente l’opera incompiuta di un maestro della pittura recentemente scomparso, il tutto mentre viene manipolato dai figli avidi e senza scrupoli di quest’ultimo. È un canovaccio perfetto per Soderbergh, che da sempre ama esplorare i meccanismi del capitalismo, le truffe (più o meno legali) e le maschere che indossiamo per sopravvivere. Il mondo dell’arte, con le sue valutazioni arbitrarie, i suoi critici pomposi e i suoi collezionisti miliardari, è il terreno di gioco ideale per una satira sferzante.
Il cast, come spesso accade nei film di Soderbergh, è semplicemente stellare e assemblato con un’intelligenza sopraffina. Troviamo il monumento del teatro e del cinema britannico, Sir Ian McKellen, probabilmente nel ruolo del maestro defunto o di un critico d’arte manipolatore. Accanto a lui, la geniale Michaela Coel, creatrice e protagonista della rivoluzionaria serie I May Destroy You, in un raro ruolo da protagonista sul grande schermo. La sua presenza è elettrizzante; Coel è una delle voci più potenti e originali della sua generazione, e vederla cimentarsi in una commedia nera promette scintille. Il duetto tra la sua energia moderna e radicale e la classicità shakespeariana di McKellen si preannuncia come uno dei più magnetici e imprevedibili del festival. A completare il trio principale c’è la rivelazione di Baby Reindeer, Jessica Gunning, un’attrice capace di passare dal comico al patetico con una naturalezza sconcertante. The Christophers ha tutte le carte in regola per essere un gioiello di scrittura, recitazione e regia, un’opera divertente e intelligentissima che usa l’arte per parlare della nostra ossessione per il valore, sia esso economico o morale.
The Choral: Ralph Fiennes e la Musica come Ultimo Baluardo contro l’Orrore
In un’epoca segnata da conflitti che sembrano riportare le lancette della storia a un secolo fa, un film come The Choral risuona con una pertinenza quasi dolorosa. Ralph Fiennes, attore di sublime controllo e abissale profondità, guida questo dramma storico firmato da Nicholas Hytner, un regista che con The Madness of King George (La pazzia di Re Giorgio) ha già dimostrato una maestria impareggiabile nel fondere il rigore storico con l’indagine psicologica. Ambientato nello Yorkshire rurale del 1916, in piena Grande Guerra, il film vede Fiennes nei panni del dottor Guthrie, il direttore di un coro locale che si trova di fronte a un compito apparentemente impossibile: eseguire il complesso e maestoso oratorio The Dream of Gerontius di Edward Elgar. Il problema è che tutti gli uomini abili del villaggio sono partiti per il fronte, lasciando un vuoto incolmabile nella comunità e nel coro. Guthrie è quindi costretto a reclutare un gruppo di adolescenti, trasformando un progetto artistico in una disperata missione di resistenza culturale e spirituale.
La sceneggiatura porta la firma di Alan Bennett, uno dei più grandi tesori viventi della letteratura e del teatro inglese. Lo stile di Bennett è un miracolo di equilibrio: un’arguzia caustica e un’umanità profonda convivono in ogni riga, capaci di cogliere le piccole tragedie e le grandi commedie della vita quotidiana. La sua penna esplora la forza della musica non come semplice intrattenimento, ma come collante comunitario, come linguaggio universale capace di dare un senso all’insensato e di offrire consolazione nei tempi più bui. L’esecuzione del Sogno di Geronzio, un’opera che tratta temi come la morte, il giudizio e la redenzione dell’anima, diventa una metafora potente del destino di un’intera generazione mandata a morire nelle trincee delle Fiandre.
Al fianco di Fiennes, un cast di giganti del teatro britannico come Simon Russell Beale e Roger Allam, attori la cui sola presenza garantisce un livello di recitazione superbo. The Choral si preannuncia come un film di grande rigore formale e intensa vulnerabilità emotiva, un’elegia per un mondo perduto e un inno alla resilienza dello spirito umano. Potrebbe essere il classico dramma in costume britannico che, nelle mani giuste, trascende il genere per diventare un’opera universale, un po’ come Quel che resta del giorno di James Ivory o, più recentemente, La nave sepolta. Un film che ci ricorda come, anche quando la storia scatena la sua furia più distruttiva, l’arte possa rappresentare l’ultimo, irrinunciabile atto di umanità.
EPiC: Elvis Presley in Concert – L’Autopsia di un Mito secondo Baz Luhrmann
Dopo aver resuscitato l’icona di Elvis Presley nel suo barocco, ipercinetico e magnifico biopic del 2022, Baz Luhrmann sembra non aver ancora esaurito il suo rapporto con il Re del Rock and Roll. E se Elvis era una narrazione febbrile, un’opera quasi espressionista sulla vita come spettacolo e sfruttamento, EPiC: Elvis Presley in Concert si propone come il suo controcanto documentaristico, un’immersione diretta e senza filtri nel cuore pulsante della sua arte. Il progetto è costruito interamente su materiali d’archivio inediti, girati durante la leggendaria residency di Las Vegas degli anni Settanta, quel periodo dorato e maledetto in cui Elvis divenne al tempo stesso un dio e un prigioniero della sua stessa immagine.
La scelta radicale di Luhrmann è quella di eliminare ogni orpello narrativo: nessuna voce fuori campo, nessuna intervista a posteriori, nessun commento da parte di esperti. Solo il carisma puro e travolgente del Re, catturato durante le prove e le performance sul palco. L’obiettivo è quello di rivelare non solo l’energia scenica quasi sovrannaturale di Presley, ma anche le sue profonde radici musicali, mostrando come il gospel, il blues e il country fossero il magma incandescente da cui scaturiva ogni sua singola nota. Il film promette di restituire un duplice ritratto. Da un lato, l’estensione epica di uno show che, nato come un impegno temporaneo, si trasformò in un mastodontico settennato, ridefinendo il concetto stesso di intrattenimento a Las Vegas. Dall’altro, l’enorme sforzo fisico e psicologico di sostenere due spettacoli al giorno, sette giorni su sette, una routine estenuante che avrebbe contribuito a consumare l’uomo dietro la leggenda.
Tra i momenti salienti annunciati, ci sono performance iconiche come quelle di “Polk Salad Annie” e “Burning Love”, ma anche scorci inediti delle platee, popolate da celebrità dell’epoca, che testimoniano l’impatto culturale di quegli eventi. EPiC potrebbe essere per Elvis ciò che Gimme Shelter dei fratelli Maysles fu per i Rolling Stones o The Last Waltz di Scorsese per The Band: non un semplice film-concerto, ma un documento storico, l’autopsia di un momento irripetibile in cui un artista ha raggiunto l’apice della sua potenza espressiva, mostrando al contempo le prime, invisibili crepe che ne avrebbero decretato la caduta. Per i fan di Elvis è un evento imperdibile; per tutti gli altri, un’occasione unica per studiare da vicino l’anatomia di una performance e il mistero insondabile del carisma.
Roofman: Channing Tatum e la Favola Nera del Ladro dei Tetti
Derek Cianfrance è un regista che ha costruito la sua carriera sull’esplorazione delle relazioni umane portate al punto di rottura. Da Blue Valentine a Come un tuono, il suo cinema è un sismografo delle emozioni, crudo, realistico e spesso doloroso. Con Roofman, sembra virare verso un territorio nuovo, portando sullo schermo la storia vera, tanto incredibile da sembrare inventata, di Jeffrey Manchester, un uomo comune ribattezzato dalla stampa “il ladro dei tetti”. A interpretarlo è Channing Tatum, un attore che, dopo aver dimostrato le sue doti comiche e il suo carisma da star, cerca sempre più spesso ruoli che ne mettano in luce la vulnerabilità e il talento drammatico. Accanto a lui, la sempre magnifica Kirsten Dunst.
La storia di Manchester è un distillato quasi perfetto di tragedia e farsa all’americana. Ex militare in difficoltà economiche, per mantenere la famiglia inizia a rapinare una serie di ristoranti McDonald’s, ma con un metodo singolare: entra dal tetto, di notte. La sua carriera criminale, quasi artigianale, viene presto interrotta dall’arresto. È qui che la storia prende una piega surreale: Manchester evade di prigione e si nasconde in un luogo che è un tempio del consumismo e dell’infanzia, un grande magazzino della catena Toys “R” Us. Lì, costruisce un rifugio segreto dietro una parete, vivendo come un fantasma tra i giocattoli. Durante la sua permanenza, stringe un legame inatteso e tenero con un’impiegata (interpretata dalla Dunst), ignara della sua vera identità.
La premessa è un campo minato di toni diversi, e la sfida per Cianfrance sarà quella di tenerli in equilibrio. Il film oscilla tra l’ironia di una storia quasi da fratelli Coen e il pathos di un dramma sociale su un uomo schiacciato dal “sogno americano”. Tatum ha il fisico e l’umanità per restituire un fuorilegge sui generis, un criminale per necessità più che per vocazione, un “bravo ragazzo” costretto a fare cose cattive. Kirsten Dunst, dal canto suo, è maestra nell’aggiungere spessore e malinconia a personaggi femminili apparentemente ordinari. Roofman si preannuncia come un racconto agrodolce di giustizia e redenzione, una ballata moderna su un’America di provincia dove il confine tra legalità e illegalità è labile e dove i sogni, a volte, si infrangono nel reparto dei giocattoli in saldo.
Good Fortune: Angeli, Disuguaglianze e Satira Sociale a Los Angeles
Aziz Ansari, dopo il successo della sua serie Master of None, torna alla regia cinematografica con Good Fortune, una commedia fantastica che riunisce un cast a dir poco eclettico e promettente. Accanto allo stesso Ansari, troviamo Seth Rogen, Keanu Reeves, Keke Palmer e Sandra Oh. Il film è ambientato in una Los Angeles che non è solo la capitale del cinema, ma anche un luogo popolato da angeli custodi che, a quanto pare, non sempre fanno il loro lavoro in modo impeccabile. La premessa ricorda le commedie fantastiche e morali di Frank Capra (La vita è meravigliosa) o di Warren Beatty (Il paradiso può attendere), ma aggiornate all’era della gig economy e delle disuguaglianze estreme del XXI secolo.
Ansari interpreta Arj, un uomo in gravi difficoltà economiche e personali, la cui vita sembra essere un susseguirsi di fallimenti. Dopo una cena disastrosa, il suo destino si scontra letteralmente con quello di Jeff (Rogen), un magnate della tecnologia arrogante e superficiale. A questo punto entra in scena un angelo di nome Gabriel, interpretato da un Keanu Reeves che si preannuncia già iconico, il quale, nel tentativo di insegnare a entrambi una lezione, scambia magicamente le loro vite. L’espediente, un classico della commedia (da Una poltrona per due a Quel pazzo venerdì), diventa qui lo strumento per una satira sociale sferzante.
Il film promette di generare caos e comicità dall’attrito tra i due mondi: Arj che si ritrova a gestire un impero tecnologico senza averne le competenze, e Jeff costretto a fare i conti con la precarietà e le umiliazioni della vita di tutti i giorni. Con un ritmo che si preannuncia brillante e dialoghi taglienti, nello stile tipico di Ansari, Good Fortune riflette con leggerezza, ma non con superficialità, sulle disuguaglianze abissali della società contemporanea, sulla natura della felicità e sul ruolo che la fortuna (o la sfortuna) gioca nelle nostre vite. Potrebbe essere la commedia intelligente e socialmente consapevole di cui avevamo bisogno, capace di far ridere e pensare allo stesso tempo.
The Lost Bus: Paul Greengrass e l’Inferno in Diretta del Camp Fire
Paul Greengrass ha fatto del realismo più concitato e immersivo la sua cifra stilistica. Con film come Bloody Sunday, United 93 e la saga di Jason Bourne, ha ridefinito il cinema d’azione e il dramma storico, portando lo spettatore al centro dell’evento con una macchina da presa a spalla febbrile e un montaggio quasi tachicardico. Con The Lost Bus, applica il suo stile inconfondibile alla cronaca della tragedia del Camp Fire, l’incendio boschivo che nel 2018 devastò la California, diventando il più letale e distruttivo della storia dello stato. Il film si concentra sulla storia vera di Kevin McCay, un autista di scuolabus, e di un’insegnante, Mary Ludwig, che insieme cercarono di mettere in salvo 23 bambini di una scuola elementare mentre la città di Paradise veniva letteralmente inghiottita dalle fiamme.
A interpretare McCay c’è Matthew McConaughey, un attore che, dopo la sua “McConaissance”, ha dimostrato di saper incarnare con straordinaria efficacia l’uomo comune posto di fronte a circostanze eccezionali. Il suo carisma terroso e la sua intensità sono perfetti per il ruolo di un eroe per caso, un uomo il cui unico obiettivo è compiere il proprio dovere mentre intorno a lui si scatena l’apocalisse. Tratto dal libro-inchiesta Paradise: One Town’s Struggle to Survive an American Wildfire della giornalista Lizzie Johnson, il film promette di restituire il terrore e il caos di quelle ore con un’immediatezza quasi insopportabile. Lo stile di Greengrass, che spesso è stato accusato di essere estetizzante, qui potrebbe trovare la sua applicazione più etica e potente: non spettacolarizzare il disastro, ma farne percepire allo spettatore tutta la claustrofobia e l’urgenza.
Accanto a McConaughey, America Ferrera, reduce dal successo di Barbie, offre un’interpretazione che viene descritta come intensa e partecipe. The Lost Bus non sarà solo un disaster movie, ma un film sul coraggio, sulla responsabilità e sulla fragilità della nostra esistenza di fronte alla furia della natura, una furia sempre più spesso scatenata dalla nostra stessa incuria. Un’opera che si preannuncia potente e necessaria, un monito che usa la grammatica del thriller per parlare della crisi climatica.
Wake Up Dead Man: Benoit Blanc nell’Oscurità Gotica di Rian Johnson
Dopo il successo stratosferico di Knives Out (Cena con delitto) e del suo sequel Glass Onion, Rian Johnson e Daniel Craig riportano sullo schermo l’ineffabile detective Benoit Blanc per il terzo capitolo della saga, intitolato Wake Up Dead Man. Se i primi due film erano un omaggio solare e ironico al giallo classico alla Agatha Christie, questo nuovo mistero promette un cambio di tono radicale. Johnson ha dichiarato di volersi spingere verso atmosfere più cupe e gotiche, ispirate direttamente ai racconti del terrore di Edgar Allan Poe. Una scelta affascinante, che potrebbe portare la saga in territori inesplorati, fondendo l’impianto logico del “whodunit” con le suggestioni dell’horror psicologico.
Al centro della vicenda, un omicidio apparentemente inspiegabile avvenuto in una chiesa sconsacrata in una remota provincia americana. Il delitto sfida le logiche del classico “locked room mystery” (il mistero della camera chiusa), costringendo Benoit Blanc a confrontarsi non solo con un gruppo di sospetti eccentrici, ma forse anche con qualcosa di più oscuro e irrazionale. Il passaggio da yacht di lusso e isole greche a un’ambientazione gotica e decadente è un’idea brillante, che permette a Johnson di rinnovare la formula senza tradirne lo spirito.
Come da tradizione, il cast radunato è un’autentica parata di stelle, un “who’s who” del cinema contemporaneo: Josh O’Connor, Josh Brolin, la leggendaria Glenn Close, Mila Kunis, Kerry Washington, Andrew Scott e Jeremy Renner. Ogni nome è un potenziale colpevole, ogni volto una maschera che nasconde segreti inconfessabili. Il divertimento, per lo spettatore, sarà ancora una volta quello di cercare di risolvere l’enigma prima del detective, godendosi le performance sopra le righe di un ensemble di attori che chiaramente si divertono un mondo. Wake Up Dead Man si preannuncia come il capitolo più ambizioso e stilisticamente audace della saga, un film capace di soddisfare gli amanti del giallo e, forse, di attrarre anche un pubblico più avvezzo alle atmosfere del cinema del terrore.
Christy: Sydney Sweeney Indossa i Guantoni per la Svolta della Carriera
Potrebbe davvero essere l’anno della consacrazione definitiva per Sydney Sweeney. Dopo essere diventata un fenomeno culturale con Euphoria e aver navigato acque turbolente, tra le polemiche per una campagna pubblicitaria e due film indipendenti (Immaculate e Reality) che non hanno pienamente convinto critica e pubblico, l’attrice punta tutto su Christy. Si tratta di un biopic ad alto potenziale, che racconta la storia vera, drammatica e potente, di Christy Martin, una delle pioniere della boxe femminile. Il film ne ripercorre l’incredibile ascesa, dalla gloria sportiva sul ring alla tormentata vita privata, segnata da un matrimonio violento e da una lotta costante per affermare la propria identità in un mondo dominato dagli uomini.
La storia di Christy Martin è materia da grande cinema: un racconto di trionfo e abuso, di resilienza e rinascita. Per Sweeney, è l’occasione perfetta per dimostrare di essere molto più di un’icona generazionale, un ruolo che richiede una trasformazione fisica e una profondità emotiva che potrebbero proiettarla direttamente nella conversazione per l’Oscar. Il paragone, quasi obbligato, è con Charlize Theron in Monster o Hilary Swank in Million Dollar Baby.
Alla regia troviamo l’australiano David Michôd, un autore dal talento visivo notevole, che con il suo film d’esordio, Animal Kingdom, aveva folgorato la critica. Tuttavia, le sue successive incursioni nel cinema americano, come War Machine e The King, sono state accolte con meno entusiasmo, considerate opere ambiziose ma non del tutto a fuoco. Anche per lui, quindi, Christy rappresenta una sorta di riscatto, un ritorno a un cinema più viscerale e incentrato sui personaggi. Sia il festival che l’intera industria guardano a questo progetto con enorme interesse, considerandolo il film in grado di rilanciare le carriere sia di Michôd che della sua coraggiosa protagonista. Se il film manterrà le promesse, potremmo trovarci di fronte a uno dei pugni più potenti e memorabili di questa stagione cinematografica. La campanella sta per suonare.