Film al Cinema

La vita è un Cult
Recensioni

Tre Ciotole

Pubblicato il 14 Settembre 2025

La cineasta catalana Isabel Coixet, da sempre maestra nell’esplorare le pieghe più recondite dell’animo umano, si conferma con “Tre Ciotole” (2025) una delle voci più lucide e raffinate del nostro tempo. Il film, che segna un ritorno della Coixet a temi intimi e relazioni complesse, si presenta come un saggio cinematografico sulla fragilità dei legami, sulla potenza distruttiva del non detto e sull’eco invisibile che ogni nostra azione, per quanto piccola, può generare.

La sinossi, nella sua apparente semplicità, cela la complessità che è cifra stilistica di Coixet: segue una coppia, Marta e Antonio, che si separano dopo quella che sembra una discussione banale. Ma, come ci ha insegnato tanto il cinema quanto la vita, spesso le tempeste più devastanti nascono da gocce d’acqua all’apparenza insignificanti. Coixet non è interessata al “cosa” accade, quanto al “come” e al “perché” accade, scavando sotto la superficie di un evento quotidiano per rivelare strati di significati, paure e desideri repressi. È un cinema che respira, che si nutre di atmosfere, di sguardi, di silenzi eloquenti, richiamando alla memoria la delicatezza malinconica di Yasujirō Ozu o la precisione psicologica di Eric Rohmer, dove il dramma non esplode, ma si insinua lentamente, inesorabilmente.

La scelta di Sarita Choudhury e Alba Rohrwacher per i ruoli di Marta e di una figura chiave (che scopriremo non essere Antonio, ma un’altra donna, forse una sorta di alter ego o un catalizzatore di eventi) è un colpo di genio. La Choudhury, con la sua intensità misurata e la sua capacità di esprimere un mondo interiore con un solo sguardo, si confronta con la Rohrwacher, la cui fragilità vibrante e la cui forza nascosta la rendono perfetta per incarnare la complessità emotiva richiesta dal ruolo. Il loro incontro, la loro interazione – o la loro assenza – diventa il fulcro emotivo di un’opera che, pur nella sua intima dimensione, si prefigge di esplorare temi universali. La presenza di Silvia D’Amico, poi, con la sua versatilità, aggiunge un ulteriore strato di ambiguità e profondità all’affresco relazionale, suggerendo un triangolo o una rete di connessioni più intricate di quanto la sinossi non lasci intendere.

La “discussione banale” che innesca la separazione di Marta e Antonio è, in realtà, la punta dell’iceberg. Coixet, con la sua consueta sensibilità, ci fa percepire che sotto questa superficie di normalità si annidavano già da tempo crepe profonde, incomprensioni accumulate, sogni infranti e aspettative deluse. Il film è una sorta di disamina post-mortem di una relazione, un’autopsia emotiva che rivela come l’amore possa logorarsi non tanto per grandi tradimenti, quanto per la lenta erosione della comunicazione, per la paura di confrontarsi con la verità, per la graduale alienazione che trasforma due anime gemelle in due perfetti estranei. Viene da pensare a Blue Valentine di Derek Cianfrance o a Histoire(s) du cinéma di Godard, dove il passato e il presente si intrecciano in un doloroso balletto di ricordi e rimpianti.

Il titolo, “Tre Ciotole”, è di per sé un enigma suggestivo. Potrebbe essere una metafora della frammentazione, delle diverse prospettive da cui si può guardare una relazione (quella di Marta, quella di Antonio, e forse quella di un’altra figura); o forse un riferimento a un rituale, a un oggetto simbolo che lega o disgrega. Coixet ha spesso utilizzato oggetti simbolici nelle sue opere, da La vita segreta delle parole a Lezioni di guida, e non sarebbe sorprendente se le “tre ciotole” diventassero un leitmotiv visivo e concettuale, un elemento ricorrente che svela progressivamente il suo significato. Questa scelta di un titolo enigmatico non è solo una trovata stilistica, ma un invito allo spettatore a partecipare attivamente alla decifrazione del film, a leggerne gli strati nascosti.

La Spagna e le sue registe femminili rappresentano un background solido e affascinante per un cinema di questa natura. Isabel Coixet si inserisce in una tradizione che vede nomi come Icíar Bollaín, Pilar Palomero o Carla Simón che hanno saputo raccontare storie intime con uno sguardo profondamente femminile, spesso scardinando stereotipi e dando voce a personaggi complessi e sfaccettati. È un cinema che ha il coraggio di esplorare le fragilità, le contraddizioni, le gioie e i dolori dell’esistenza, con una sensibilità che è al tempo stesso universale e radicatamente spagnola. La Coixet, in particolare, ha sempre dimostrato una capacità unica di tessere trame che, pur partendo da micro-storie, riescono a toccare macro-temi, dalla solitudine all’alienazione, dalla ricerca di senso all’impossibilità della comunicazione.

Un aneddoto sulla produzione potrebbe rivelare la cura maniacale della Coixet per i dettagli scenografici e la scelta delle location. Si dice che abbia passato mesi a cercare la casa giusta per Marta e Antonio, un luogo che non fosse un semplice sfondo, ma che riflettesse lo stato d’animo dei personaggi e l’evoluzione della loro relazione. Ogni oggetto, ogni colore, ogni angolo della casa diventa così un elemento narrativo, un indicatore dello stato emotivo dei protagonisti, un testimone silente della loro storia. Questa attenzione al “mondo” dei personaggi, all’ambiente che li circonda e li influenza, è una delle cifre stilistiche più riconoscibili della Coixet e contribuisce a creare un’atmosfera immersiva e profondamente empatica.

Il contesto culturale in cui il film si muove è quello di una contemporaneità in cui le relazioni umane sono sempre più complesse, fragili e spesso mediate da schermi e aspettative irrealistiche. La Coixet ci invita a rallentare, a guardare al di là delle apparenze, a riflettere su cosa significhi davvero connettersi con un’altra persona. Senza prendere posizioni giudicanti, il film esplora il modo in cui le piccole incrinature possono trasformarsi in baratri, e come il desiderio di felicità possa paradossalmente portare alla distruzione. Non è un film politico nel senso stretto del termine, ma la sua analisi delle dinamiche di potere all’interno della coppia, delle aspettative sociali e delle pressioni invisibili che modellano le nostre vite, lo rende un’opera profondamente radicata nel suo tempo.

“Tre Ciotole” è un film che chiede allo spettatore un atto di pazienza e di osservazione. Non è un’opera dagli effetti immediati o dalle facili risoluzioni. È un’esperienza contemplativa, una immersione lenta e profonda nelle acque torbide e affascinanti della psiche umana. Coixet, con la sua regia elegante e la sua sceneggiatura cesellata, ci regala un dramma intimo che risuona con verità universali, invitandoci a riflettere sulla fragilità dei nostri legami e sulla complessità delle nostre vite interiori. Non è un film da stroncare, ma un’opera che, pur nella sua malinconia, sprigiona una bellezza discreta e una saggezza profonda. Un titolo da non perdere, per chi ama il cinema che sa scavare nell’anima senza mai perdere la grazia.

Scheda Film

Voto: N/A

Regista: Isabel Coixet

Cast: Alba Rohrwacher, Elio Germano, Francesco Carril, Giorgio Colangeli, Silvia D'Amico

Sceneggiatura: Michela Murgia, Enrico Audenino, Isabel Coixet

Data di uscita: 09 Ott 2025

Titolo originale: Tre ciotole

Paese di produzione: Italy

Vedi la scheda completa su IMDb →

Scritto da Marco Belemmi

Sono un essere senziente. Mi occupo di varia umanità dall'età di circa due anni. Sono giunto al mezzo secolo di esperienza vissuta su questo Pianeta. Laureato in Lettere Moderne con una tesi sulla Poetica dell'ultimo Caproni nel 1996. Interessato al cinema dall'età di tre anni e mezzo dopo una sofferta visione dei Tre Caballeros della Disney, opera discussa e aspramente criticata in presenza delle maestre d'asilo. Alla perenne ricerca di un nuovo Buster Keaton che possa riportare luce nelle tenebre e sale nei popcorn.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *