La Mostra del Cinema di Venezia 2025 si è conclusa, lasciando dietro di sé una scia di luci e ombre, di applausi fragorosi e di silenzi eloquenti. Un festival, come ogni anno, che ha funzionato come un potente caleidoscopio, proiettando frammenti di mondi diversi sullo schermo della laguna, un palcoscenico antico eppure sempre moderno, pronto ad accogliere le nuove ondate dell’arte cinematografica. E quest’anno, il Leone d’Oro, il premio più ambito, si è posato sulle mani di Jim Jarmusch, un regista che incarna perfettamente l’irriverenza e l’eleganza della cinefilia stessa. La sua vittoria non è solo un riconoscimento per un singolo film, ma un tributo a una carriera intera, un’ode all’indipendenza creativa, un inno al cinema come forma d’arte autoriale, che guarda al di là delle convenzioni di Hollywood, quasi fosse un pellegrino alla ricerca di un cinema puro, di un cinema essenziale.
Pensate a Jarmusch e ai suoi film: un viaggio onirico attraverso la provincia americana, un’esplorazione della condizione umana filtrata attraverso la lente di un’ironia tagliente, ma anche di una malinconia profonda, come in Dead Man, un western metafisico in cui Johnny Depp si trasforma in un’allegoria della morte stessa, o in Only Lovers Left Alive, una riflessione esistenziale velata da un’estetica decadente, elegante e sofisticata, che rende omaggio alle atmosfere cupe di Murnau e alla poetica dell’immagine stessa. Il Leone d’Oro a Jarmusch, dunque, è una scelta più che giustificata, un riconoscimento al suo stile inconfondibile e alla sua capacità di coniugare poesia e ironia in una sintesi tanto potente quanto originale. Un vero e proprio capolavoro, un pilastro indiscusso della mia Movie Canon.
L’ultimo film di Jim Jarmusch, presentato con grande plauso a Venezia e rivelatosi poi vincitore, è Father Mother Sister Brother. È un’opera che segna un ritorno magnifico e quasi purificato alla poetica più essenziale del grande autore indipendente americano, un allontanamento dalla parodia di genere del suo precedente I morti non muoiono per riabbracciare l’umanesimo malinconico e laconico che lo ha reso un punto di riferimento. Il film non segue una trama unica, ma si presenta come un trittico, una struttura cara a Jarmusch che ricorda opere come Mystery Train o Night on Earth. Sono tre racconti separati, ambientati in diverse città, ma legati da un filo invisibile di temi e atmosfere. Ciascun segmento esplora, come il titolo suggerisce, le dinamiche complesse e spesso inespresse di una relazione familiare: un padre e un figlio che si ritrovano dopo anni di silenzio; una madre artista che riceve la visita inaspettata della figlia; e due fratelli musicisti che condividono un’eredità e un risentimento. Non ci sono grandi eventi o colpi di scena; la narrazione si concentra interamente sui dialoghi, sui silenzi, sui piccoli gesti e sulle verità non dette che emergono durante questi incontri.
Father Mother Sister Brother è Jarmusch al suo meglio, un distillato purissimo della sua arte. È un film che si muove con la grazia e il ritmo di una ballad di Tom Waits (che non a caso appare in un cameo), trovando una bellezza profonda nell’ordinario e una poesia quasi surreale nell’incomunicabilità.
La grandezza dell’opera risiede nella sua scrittura quasi musicale. I dialoghi sono conversazioni realistiche, piene di false partenze, esitazioni e argomenti deragliati, ma sotto questa superficie si nasconde una struttura rigorosa che esplora il modo in cui cerchiamo disperatamente di connetterci gli uni con gli altri, spesso fallendo. È un film sulla distanza che esiste anche tra le persone più vicine, ma anche sui miracolosi, effimeri momenti in cui quella distanza viene annullata da uno sguardo, da una battuta condivisa, o dall’ascolto di una vecchia canzone.
Visivamente, il film è di una bellezza sobria e controllata, con almeno uno dei segmenti girato in un bianco e nero magnifico che omaggia i suoi primi lavori. La regia è paziente, la macchina da presa osserva i suoi personaggi senza mai giudicarli, lasciando che siano i loro volti e i loro silenzi a raccontare la vera storia. Il cast, un tipico assemblaggio jarmuschiano di icone (Cate Blanchett, Tom Waits) e attori feticcio (Adam Driver), offre performance di una naturalezza sbalorditiva, perfettamente in sintonia con il tono sommesso del film.
Father Mother Sister Brother è un’opera matura, quasi testamentaria. È un film che non ha bisogno di gridare per farsi sentire. La sua profonda malinconia è sempre temperata da un’ironia gentile e da una fede incrollabile nella bellezza dei piccoli gesti. Non è un film che scuote, ma che risuona a lungo dopo la visione. Per quanto riguarda il suo posto nel Movie Canon, direi che non è un’opera che sgomita per entrare, ma una di quelle che vi si accomoda con la naturalezza e la quieta autorità di un classico istantaneo.
Venezia si è confermata anche quest’anno un evento che continua a rivelarsi un palcoscenico privilegiato per la scoperta di nuovi talenti e per l’esplorazione di nuove forme espressive. Un festival che, con la sua capacità di mischiare tradizioni e innovazioni, continua a plasmare il futuro del cinema stesso, alimentando la nostra eterna ricerca del capolavoro cinematografico, di quel film capace di toccarci nel profondo e lasciarci un segno indelebile nell’anima.