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Recensione a cura di

Scheda Film

Guillermo Del Toro è un regista che ama dedicarsi a piccole produzioni dove cura opere intrise di surrealismo e senso del fantastico compatibilmente con i suoi impegni istituzionali ad Hollywood dove è un regista di talento molto richiesto in produzioni ben più ricche. In questo caso si concentra su un’opera realizzata in Spagna con mezzi quasi da cinema indipendente ideando una storia ambientata nel periodo franchista che Guillermo rilegge in chiave fantasy con la sua solita verve visionaria. Meravigliose le creature che il reparto effetti speciali mette in scena, giova ricordare anche il nostro Lorenzo Tamburini che ha contribuito alla creazione delle parti prostetiche del Fauno, una creatura incantevole e inquietante al tempo stesso, che sembra partorita dalla matita barocca di Enrique Breccia. La narrazione è appunto incentrata sull’innesto di piano onirico nel piano reale, una commistione che crea un tessuto narrativo omogeneo senza alcun tipo di forzatura. L’avvicendamento di Reale e Favoloso avviene anzi con una naturalezza disarmante conferendo alla storia un suggestivo tocco felliniano.

La vicenda è ambientata nella Spagna franchista del ’44. Una donna ha sposato un capitano dell’esercito governativo e lo raggiunge in un avamposto militare con la figlia Ofelia avuta in una precedente unione. La bimba si mostrerà insofferente alla prepotenza del patrigno e si rifugerà in un mondo popolato da fauni e creature grottesche. La tragedia che la sfiora sarà così soltanto un mero accidente sul lato sbagliato dell’esistenza. Un film dove il potere della fantasia piega ogni squallore della vita vissuta e dove la guerra cede il passo ad una sarabanda di sogni. Commovente e visionario, tiene lo spettatore in sospensione tra un labirinto fatato e una dimensione dove la Storia estrinseca tutto il suo orrore.

Titolo originale: El laberinto del fauno

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